venerdì 20 giugno 2008

I fannulloni della cultura italiana all'estero (R. Chiaberge): una risposta


Il 14 giugno 2008 nelle pagine del Sole24ore, il giornalista Riccardo Chiaberge dedica un lungo articolo (se vuoi leggerlo, clicca qui) agli Istituti Italiani di Cultura, definendo fannulloni coloro che in essi operano (particolarmente gli addetti culturali).

Non mi sento nullamente coinvolta dalla critica, ma accolgo volentieri qui la ugualmente lunga risposta di un sedicente fannullone (ma decido di mettere le iniziali di colui che la firma) :


Gentile Riccardo Chiaberge,

ho letto con qualche giorno di ritardo il suo articolo pubblicato sul “Sole 24 Ore” domenica scorsa, il 15 giugno.

Non entro nella polemica da lei aperta: faccio parte della categoria degli “addetti culturali” che il titolo del suo articolo classifica e sistema sotto l’etichetta dei “fannulloni della cultura italiana all’estero”. Immagino che lei avrà ricevuto e riceverà una serie di risposte indignate da parte di colleghi molto più autorevoli di me, nonché da parte dei rappresentanti delle istituzioni coinvolte, a cominciare dal ministero degli esteri. Ma a me sinceramente l’indignazione non interessa, anche perché lei è liberissimo di pensare e scrivere quel che ha pensato e scritto di noi, come lo sarebbe con ogni altra categoria. Fra l’altro, io non mi sono riconosciuto nel suo ritratto critico – e quindi la cosa non mi toccherebbe. Tutt’al più, – fossimo ancora nell’Ottocento – potrei mandarle un biglietto con il perentorio “sono a sua disposizione”, seguito non già dall’invio dei miei padrini, ma da un altro invio, più civile e più mite: il mio curriculum vitae, i volumi e i testi che ho pubblicato (in tre lingue), e così via. Insomma potrei tranquillamente collocarmi nella scarna lista dei giusti, quelle eccezioni alle quali lei stesso - bontà sua - si riferisce alla fine, e quindi lasciar perdere. Se penso poi a tutti i concorsi che ho dovuto superare per arrivare qui – senza che nessun mecenate politico mi prendesse in carico, come lei sospetta di noi, e mi spedisse nel mondo, ma ogni volta lasciando che altri valutassero le mie competenze e la mia preparazione – potrei starmene tranquillo in mezzo agli altri “funzionari colti e valorosi” e ripetermi il monologo dell’Enrico V: we happy few. Tanto più che qualche ragione per abbandonare al suo destino la categoria cui appartengo, forse anch’io ce l’avrei, visto che – malgrado tutta la cultura e tutto il valore che mi attribuisco immodestamente – or è qualche giorno che mi sono visto preferire altri colleghi nell’attribuzione dei posti disponibili e per i quali avevo presentato una regolare domanda di assegnazione, a mio parere molto ben documentata. E dunque… le sue parole le avrei potuto leggere con un sorriso – amaro quanto si vuole, ma pur sempre compiacente, tipo: ce li meritiamo certi attacchi, per quanto pesanti e sopra le righe possano sembrarci, ben ci sta!

E invece, eccomi qui a scriverle e domandarle: ma che cosa è successo a questo paese? Sì, dico: a noi italiani. Che cosa siamo diventati? Senta, non voglio venire a casa sua e mettermi a farle la predica – neanche fossi fra Cristoforo al capitolo VI dei "Promessi sposi". Però, consenta di chiedere a uno dei suoi lettori, cioè pur sempre a qualcuno che – da diversi anni – la conosce, la segue, la stima e l’apprezza per quel che scrive e per come lo fa: che cosa le è successo? ma com'è diventato? Perché da qualche parte ci deve essere una spiegazione perché anche una persona del suo stile e della sua raffinatezza si sia messa a sparare nel mucchio, a bandire una crociata contro un gruppo sociale, ad agitare le armi della giustizia sommaria e per di più usando un linguaggio inquietante. Domando: ma lei si è riletto? La prego, lo faccia adesso. Rilegga certi passaggi come “Per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano…” oppure come “Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni… e magari non parlano nemmeno la lingua del posto…” Rilegga poi la climax: “Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa ‘tolleranza zero’ che si usa per i campi nomadi”. Ecco, lì – mi tolga una curiosità – a chi pensava: forse a un ranger alla Chuck Norris, oppure al celebre sindaco Giuliani, oppure al nostro Calderoli? In ogni caso, mi par di capire che per lei le maniere forti vadano sempre bene, o no? Forse non le sembra un tantino di cattivo gusto usare “Rom” in un’accezione così negativa? Lei avrà letto sicuramente l’ultima bustina di Umberto Eco con ampie citazioni da Lombroso e dalla “Difesa della razza”. Non le verrebbe da sobbalzare sulla sedia, se io - utilizzando il suo modo di esprimersi - la ponessi in una relazione intertestuale con questi sciagurati antecedenti?

Esagererei, probabilmente lei non ce l’aveva con gli zingari (ma semmai con noialtri: e va bene, questo non c’entra niente con il razzismo, essendo la sua opinione non solo legittima ma anche “politically correct”). Per quanto, per quanto… C’è un altro passaggio molto più allarmante dello stesso “Rom” da lei adoperato come un insulto. Lo sa qual è? E’ quando lei scrive, a proposito dei contrattisti: “molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco”. Ora è chiaro che lei usa il sostantivo “indigeno” nel senso di “autoctono”, quindi senza alcuna intenzione negativa. Tuttavia la frase, per come è costruita, mi ha lasciato un'impressione molto sgradevole – forse sarà colpa mia, ma io ho sentito un tintinnio di catenine ed ho intravisto zanzariere, palme e danze tribali con i bianchi minacciati e/o sedotti dai selvaggi. Non aveva nessun altro termine linguistico da impiegare al posto di questo? E che c'entrano i matrimoni con i "nativi" - neanche gli istituti italiani di cultura dovessero promuovere la purezza della razza e combattere il "meticciato"?

Potrei continuare nel mio elenco di domande, ma non voglio tediarla ancora. Il senso della mia lettera l'ho già esposto: trovo sconcertanti le sue parole, perché mi confermano in una sensazione - non dico una diagnosi - sul male profondo che ha ormai aggredito il nostro corpo sociale: in questo senso, il suo articolo è un sintomo della patologia in atto - quella stessa che ci porta ad approvare la militarizzazione delle nostre città (in senso letterale) e la criminalizzazione delle frange sociali "a rischio". Del resto, il titolo (certo redazionale, per carità) lo lasciava subito capire. Se non ricordo male, nel suo fortunato saggio Ichino proponeva un intervento mirato contro i nullafacenti nella pubblica amministrazione: l'1% all'anno da individuare con una strategia di attenta chirurgia sociale. Nelle sue mani la terapia diventa una cura da cavallo: i fannulloni compongono il 99% del personale degli IIC (gli addetti e i contrattisti). Dunque, mano alle idrovore, alla scopa, alla profilassi di massa - "tolleranza zero", appunto. Con che sostituire un tale esercito di scansafatiche e detrattori del genio italico, lei non lo dice - ma, d'altra parte, come potemmo pretendere di saperlo leggendo un articolo? La stampa è fatta per denunciare - è ovvio -, spetta poi al legislatore, o meglio al governo - oggi l'evocato ed invocato ministro Brunetta, manco Frattini come sarebbe stato più naturale - il compito di risolvere il problema. Nella guerra sociale l'importante è spararla grossa, ovvero soddisfare il (ri)nato istinto giustizialista ed il (mai morto) desiderio di un potere forte, intransigente, duro - il resto si vedrà.

Chiudo, altrimenti le faccio una predica proprio come fra Cristoforo. Ma prima di salutarla, giro a lei la stessa domanda che Nanni Moretti rivolgeva al critico cinematografico che aveva pubblicato l'articolo sul film che lui era andato a vedere - l'inguardabile "Harry pioggia di sangue". Ci pensi un attimo anche lei: Rom della cultura, tolleranza zero, sposano indigeni o indigene... Come diceva Moretti? "Ecco: chi scrive queste cose, non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?"

Con i migliori auguri per il suo lavoro,
A. I.


10 commenti:

isottanews ha detto...

Sono combattuta.
Da un lato l'articolo di Chiaberge non mi ha fatto una buona impressione. Certo la denuncia richiede toni aspri per farsi sentire, pero' l'articolo mi è sembrato frettoloso, poco pensato, poco impegnato.
Dall'altro lato,non mi è sembrato che sparasse nel mucchio, almeno non è stata la mia impressione...
Comunque, non ha tutti i torti dài!
Il problema? Gli unici che gli hanno risposto (vedi sito) sono quelli che lavorano seriamente...Ovviamente!

Dunque, sarebbe stato un bel tema da affrontare quello del funzionamento degli IIC. Ne è uscito, ahimé, un articolo di m. un po' sterile. Peccato, un'occasione sprecata!

Artemide_Diana ha detto...

Guarda che NON hanno pubblicato TUTTI i commenti.

Senza contare che si spara a zero sugli addetti, quando bisognerebbe andare a guardare più in alto.

E poi, gli autorevoli rappresentanti della Farnesina, perché mai non intervengono, se hanno prove documentate?

Ho scritto anch'io a Chiaberge, vediamo se prima o poi mi pubblica...

Artemide_Diana ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Artemide_Diana ha detto...

Per non parlare della frecciatina scoccata in riferimento al fatto che hanno tanto tempo a disposizione e che scrivano in un italiano zoppicante...

Il suo è un articolo - a mio avviso - su ordinazione.

Poi, tu sai quel che avrei da dire io... al riguardo.

Artemide_Diana ha detto...

Oggi l'italiano làtita anche nelle mie dita.

isottanews ha detto...

Certo, sono rimasta anch'io perplessa dal fatto che si parlasse soprattutto, anzi solo degli addetti culturali!

Evidentemente vogliono tagliare qualche spesa ;o)

Comunque qualcosina da dire ce l'avrei anch'io su certa zente!

Bartleboom ha detto...

Mi pare un articolo figlio di questi tempi in Italia. Io che ci vivo in questo paese, mi ci sento sempre più straniero. Qui oggi è un paesaggio desolato e deserto, in preda a razzie di barbari e sciacalli. Non ci venite, voi che avete la buona sorte di non viverci.

Artemide_Diana ha detto...

Caro Bartleboom,

dacché non abito più stabilmente in Italia, a me vien sempre più voglia di venirci.

Sai perché? Pian piano scopri che altrove (un ovunque altrove) ci son - se non sempre le stesse, perlomeno ugualmente - cose che non vanno bene.

Solo che altrove non lo si dice ad alta voce come in Italia.

Artemide_Diana ha detto...

Naturalmente, nella mia ultima osservazione, non v'è riferimento né plauso alcuno all'articolo di Chiaberge.

Bartleboom ha detto...

In fondo c'è sempre un altrove che desideriamo intensamente.. :)