venerdì 11 luglio 2008

Fermé pour congé annuel

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A dopo il 15 agosto...

Intanto, lascio a chi legge questa canzone di Axelle Red (Parce que c'est toi), forse un po' melensa (ma chi non ha mai pronunciato queste parole), che mi riconcilia col mondo e che dedico a "colei che teneva/leggeva una pagina tutta sua durante un seminario" (e che si riconoscerà):



Notre petit Paris (poesia)

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A Romain,
perché ricordi un giorno
dei suoi anni parigini

NOTRE PETIT PARIS

Alessandro Jovinelli






Il cigno dal collo nero del parco
Montsouris lo chiamammo Giacomino
– soltanto noi sappiamo perché: alle sei
sibilava incontro alle tue molliche.

Fu l’anno dopo l’esca di Pauline,
la tua amica chiomadoro e precoce,
il cui occhio rimava con Albertine,
ma come ogni altra ninfa era feroce.

Il disincanto l’hai appreso come il crawl,
la fiaba con il resumé e la corsa in bici:
si ha da tirare diritti sino al termine,
vai indietro solo per ricominciare.

Non davi ai miei consigli tanto retta,
volevi dar corpo al sogno più ambito
– montando alla torre di ferro in vetta
spiasti la più nera: un monolito.

Sorpresa non avevi nel volare
né di sotto ai platani del viale
dalla prima alla terza elementare
– zaino in spalla, sempre puntuale.

Non per me riconoscesti le clizie
di Van Gogh, la donna con l’ombrellino
e le strane bagnanti d’oltremare
– la traccia materna d’ombre e figure.

Forse stava al sesto giorno il mio merito,
in fondo alla sala buia, da dove
dal brando di Obi-Wan Kenobi all’esito
trionfale d’Amélie vedesti altrove

scorrere vita sfaldando l’inganno,
l’illusione che chiamammo fiction
– en français
preferivi – e la parodia
sempre più vera: il Guignol e il politico,

il lupo cattivo e la marionetta,
la marcia inventata per Arlecchino,
Patachon, il Lussemburgo e il giardino…
Forse era qui il cambio nella staffetta:

nel drappo giallorosso da noi appeso
a Montparnasse, l’anno dello scudetto,
che noi festeggiammo anche per nonno,
seduto in curva o in tribuna, lassù,

nello stesso cielo avaro di stelle,
che ci regalò un’ultima notte
di luna e oro tra i rami dell’ontano
per ricordarci che sapore aveva

Parigi arsa e offesa di là del giusto,
Parigi ora dolce nel retrogusto.


da "Sagarana" (http://www.sagarana.net/rivista/numero12/poesia14.html)

Quiche lorraine alla mia maniera

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foto 1
Ingredienti:

1 confezione di pasta brisée (tonda)
100 g di lardons fumés (pancetta affumicata a dadini)
4 uova
1 vasetto di crème fraiche épaisse (panna da cucina fresca e consistente. Se in Italia non si trova, mettere in frigo quella che trovate in tetrapack). Usarne 150-200 g.
noce moscata
sale, pepe q.b.
100 g emmenthal rapé (grattugiato)
-------
usare una teglia bassa (da crostata), diametro un po' inferiore a quello della pasta brisée
preriscaldare il forno per 15 mn a 22o°
foto 2

Srotolare la pasta brisée dopo averla fatta ammorbidire e punzecchiarla con i rebbi di una forchetta. Disporre i lardons fumés (foto 1). Sbattere le uova intere cui aggiungere un po' di sale (non troppo, già la pancetta affumicata è salata), pepe e una grattugiata di noce moscata che dà miglior sapore. Incorporarvi poi delicatamente la crème fraiche. (foto 2)
foto 3

Aggiungere l'emmenthal grattugiato a fili (come da confezione) e ripiegare i lembi della pasta (foto 3). Mettere in forno a temperatura 180° per 30-40 mn (se elettrico). Bucherellare di tanto in tanto la superficie. Far dorare con la funzione grill per gli ultimi 2 minuti.

Riconciliarsi coi piccioni?

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Non, mais c'est pas vrai ça !, mi son detta...


Eppure, nel giornalino gratuito 20 minutes distribuito nelle stazioni della metropolitana e in quelle ferroviarie, stamani ho letto un articolo dedicato alla riconciliazione dei cittadini coi piccioni (foto) clicca qui per leggerlo.

Roba da matti.

giovedì 10 luglio 2008

Cesare Pavese che non volle essere uno wop

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foto prelevata dal sito http://digilander.libero.it

Non attenderò il 9 settembre per parlare di lui.


***

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.

***
Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole -cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue- non altro.

***
E' riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.
Nell'immobile luce del giorno lontano
s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte e lo sguardo d'allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.
E' tornata l'angoscia dei giorni lontani...
(continua)

Ecco, qualche stralcio di poesia, lanciato come un pugno di riso a mezz'aria, per non dimenticare che fu anche poeta [e le poesie che ho messo erano dattiloscritte (postume o da lui rifiutate, le poesie del disamore)].


Avete mai letto i racconti che lui non riteneva degni d'esser pubblicati?
Se penso a Jettatura o a Temporale d'estate... Piccole perle .

E quell'anticipato principio di realtà che mal s'accorda con le syndrome de l'échec da cui era affetto Cesare, quel taglio del cordone ombelicale (ma l'ho visto solo io?) che Pavese crudamente e crudelmente opera ne La luna e i falò?

Le sue Langhe: foto gentilmente concessa
da
monaco obbediente
(clicca qui per vedere il suo album)


Quel suo andar per monti e valli e per paesi geografici e dell'anima, quel suo cercarsi e non trovarsi (per questo era tornato, Anguilla, da Oakland, California), perché non sono i luoghi ad esser cambiati, per davvero.

Sono scemo [...]. Da vent'anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch'era stata camminare la prima volta per le strade di Genova - ci camminavo nel mezzo e cercavo un po' d'erba. C'era il porto, questo sì, c'erano le facce delle ragazze, c'erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov'erano? (La Luna e i falò, 1950)

Niente era cambiato. Eppure, non ritrova se stesso, ché il mondo che lo interessa è quello perduto, seppellito sotto agli anni americani; è l'Erfahrung l'impossibile riconquista, l'unica scoperta che gli interessa trovare: Cosa avrei dato per vedere ancora il mondo con gli occhi di Cinto [...] adesso che sapevo tante cose e sapevo difendermi (ib.).
L'Erlebnis è solo uno strumento un alleato della vita sociale, nella corsa alla rivincita.

E quando gli verrà raccontato l'episodio dei falò (che aveva rimosso), Anguilla-Pavese si separerà dai luoghi senza eccessivi rimpianti, perché quello che sta per ripartire è un uomo, è un altro, è un altro uomo.

Ripeness is all.




Buonanotte con una canzone di Phil Collins

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Prima di addormentarsi, come una carezza che si spalma sul cuore e dona a chi la riceve il sonno lieve:


Premio Brillante Weblog

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Ieri ho appiccicato l'adesivo elettronico del Premio Brillante Weblog che con estrema bontà mi ha attribuito Valverde.

Grazie, sempre troppo buona con me, Val.

Copio & incollo il regolamento:

Il Brillante weblog è un premio assegnato ai siti ed ai blog che risaltino per la loro brillantezza sia per quanto riguarda i temi che per il design. Lo scopo è quello di promuovere tutti nella blogosfera mondiale!
Al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog;
Scegli un minimo di 7 blog (o di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link ed avvisali che hanno ottenuto il Premio “Brillante Weblog”.
(facoltativo) Esibire la foto (il profilo) di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog.


Io, 7 blog, non ne ho da menzionare (anche perché taluni blogghisti non amano 'ste cose e talaltri non sanno come fare ad appiccicare le cose, vero Isotta? Poi, ci sono quelli a cui già ha pensato Valverde).

Io indico i blog meritevoli - a mio avviso - di tale premio, poi i legittimi proprietari facciano come meglio credono.

Eccoli con anche le motivazioni:

A Bartleboom (come potrebbe essere diversamente?), che ogni giorno mi fa penetrare in terre lontane e mi mette a contatto con sentimenti che credevo sopiti in me.

A Fiamma, che quando descrive gli interni ho l'impressione di percorrerli anch'io e quando passa agli esterni, passeggio con lei.

A Stelllare (con tre elle), la lettura del cui blog è per me pressoché incomprensibile, ma brillante brillante. Anzi, brilllante (con tre elle).

A Elsa, recente scoperta, che tiene un blog stupendo. Leggere per credere. Puro diamante.

A Yossarian che mi aggiorna sui fatti di Parigi che dovrei conoscere anch'io, ma lui ha un modo particolare di farlo, come io non riuscirò mai. Neanche debbo uscire di casa...

A Marella che mi porta in Cina, e che la brillantezza ce l'ha dentro di sé.

Lo darei anche a Isotta, brillantissima in tutto, se non fosse che poi la metto in crisi, con le pecettine da copincollare (come dice quella? Tu fais coupercoller...).

Alla fine, a quota 7, sono arrivata.

Facite ammuina, come dicono a Napoli...


mercoledì 9 luglio 2008

Non sarò mai abbastanza grata a Bill Conti

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L'autore della colonna sonora di Rocky (sì, Balboa, quello).



Quante volte nella vita mi è servita questa musica per ricaricarmi e percorrere tutti quegli scalini (metaforici per me) di corsa, e a testa bassa, incurante dei rischi e dei pericoli che mi si prospettavano dinanzi.
Per me non c'entra niente la boxe (quella vera).
Per me è di già una bellissima esperienza di boxe quest'esistenza nostra terrena...

E mi ci butto a capofitto. Inno alla vita.
Mai avere paura. Di niente e di nessuno.
In primo luogo di noi stessi. Di non farcela.


I'm going to fly. You're going to fly.

Izet Sarajlic, il poeta bambino

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(ho tante foto tue, ma sono tutte su carta)

I critici di poesia

Perché i critici di poesia
non scrivono poesia
giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero,
forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.
Anch’essi sanno tutto dell’amore.
Quello che non sanno è fare l’amore.


Abbracciati


Quei due abbracciati sulla riva del Reno
potevamo essere anche tu ed io.
Ma noi non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Nessuna tu


Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

A Kiko

LA VIA DI S. IAGULLI

In principio era la via di san Kiko da Sarajevo. Kiko è il nomignolo col quale gli amici si rivolgono a Izet Sarajlic, di professione poeta bosniaco.
Kiko è come un padre ironico che non fa il padre, ma che lo è, così, semplicemente, per noi tutti, a dispetto delle sue intenzioni. Un padre poetico, diciamo.
Lui ha settant’anni. Come qualificativi, ha una disarmante franchezza e negli occhi una candida tenerezza. Tre anni fa, è venuto a Stari Grad; qualche mese prima, aveva perduto Mikica, la moglie amata, nel corso di una notte apparentemente tranquilla, mentre riposavano nel letto coniugale.
A quell’epoca, Kiko era disperato. Non che oggi non lo sia più: diciamo allora che a quell’epoca il suo dolore era manifestamente disperato. Non so mai come fare quando vedo una persona piangere dinanzi a me. Tutti i miei gesti incipienti mi appaiono falsi, o percepiti come tali. Se allargo le braccia e serro a me chi piange, mi sembra di fuggire codardamente davanti al dolore altrui. Se il mio volto si fa serio e compunto, e ascolto attentamente le frasi spezzate di chi è intento a piangere, temo che dal mio corpo traspaia solo freddezza e distanza. E’ così e non posso farci niente.
Tre anni fa, Kiko passava, nell’arco di una mezz’ora, dalla risata al pianto, dal canto alle lacrime.
Perché lui ha anche questa particolarità: canta. Sono canzoni italiane le sue; qualcuna l’ho sentita cantare anche da mia madre, che suppergiù ha la sua stessa età. Sono canzoni antiche, che Kiko ha imparato durante la guerra, la seconda guerra mondiale.
Mi accorgo che probabilmente sto inventando quel che dico, ma che non ho tempo né voglia di chiedere ai miei amici, Sanja e Sinan, dove le abbia imparate, quelle canzoni. Mi piace pensare che sia il periodo storico in cui l’Italia ha conosciuto la sua ultima guerra. Ma non l’ultima che ha conosciuto Kiko.
Si potrebbe dire che lui è un vecchio bambino, nel senso che è un gran saggio che alle volte si comporta come un bimbo capriccioso e che, di un bimbo, ha poi lo stesso cuore.
Sarà per questo che mio figlio Romain sa parlare con lui. Otto anni contro settanta; cinque anni quando Romain disse a un Kiko allora sessantasettenne: Non devi piangere, Kiko, perché tua moglie è morta. Lei sarà sempre viva nel tuo cuore. Anzi, è quella stella che brilla in alto nel cielo.
Noi siamo atei. Dovrei dire foscolianamente atei: crediamo che si resta vivi finché qualcuno ci terrà nella sua memoria e nel suo cuore.
Dunque, la via di S. Iagulli, in principio era la via di S. Kiko da Sarajevo. In realtà, è un sentiero che collega la strada asfaltata, presso il porto di Stari Grad, con la baia di Galija.
Ora, per chi avesse poca dimestichezza con le coste adriatiche non italiane, dirò subito che Stari Grad si trova di fronte a Pescara, suppergiù. Davanti a Spalato. E’ una cittadina che si trova nella zona nord-ovest dell’isola di Hvar, che un tempo gli italiani chiamavano Lèsina (e Stari Grad corrisponde a Città Vecchia, come traduzione).
Per arrivarci c’è il traghetto della Jadrolinija, la Dubrovnik, che parte da Ancona. Undici ore (e più) di traversata su una nave, in questi ultimi anni deserta e fuori dal tempo: gli arredi sono vecchiotti, la moquette da cambiare e il personale, nell’impeccabile divisa bianco-blu, è demotivato. Per la verità, ci sarebbero anche altre compagnie marittime, magari più efficienti, ma a noi piace quell’atmosfera rétro e un po’ decaduta della Dubrovnik.
La via di S. Iagulli, prosecuzione naturale della via San Kiko da Sarajevo, è più ardua da percorrere, ma l’incipit del sentiero, tra cespugli spinosi e piante di rosmarino rinsecchito, è di già difficilmente sopportabile per Kiko. Ad esser pazienti, il cammino si fa via via più libero, continuando su sassi appuntiti e a tratti sdrucciolevoli, con un mare a fare da muro invisibile e, ovviamente, invalicabile.
Talvolta, occorre stare attenti a dove si mettono i piedi e, davvero, si fa fisica l’espressione non guardare oltre il proprio naso. Aggiungerei: con lo sguardo rivolto verso il basso. Perché se sbagli a mettere i piedi, puoi scivolare e ritrovarti giù, qualche metro più in sotto, sugli scogli battuti dalle onde marine.
E’ un’età, la nostra (abbiamo appena svoltato i quaranta e siamo ancora lontani dai cinquanta), in cui si dovrebbe veder bene la linea d’orizzonte lontana. Ma scopro che per noi è ancora un guardar attentamente le pietre sotto ai piedi: lo sguardo è basso e il confine limitato. Ma poi, si arresta il passo di tanto in tanto, si rialza la vista e si guarda il mare: ed è bello, questo mare. Pare azzurro in ogni dove e invece, avvicinandosi, si scopre che il suo è un verde biondo e, in ultima analisi, trasparente.
Timidi pesciolini incolori zigzagano tra le caviglie, mentre ricci insidiosi castigano ora Alessandro, ora Sinan. I bambini invece vanno in cerca di questi ricci che per loro non sono niente affatto subdoli: dopo aver corso per tutta la via di S. Iagulli, giunti alla baia, si spogliano in fretta e si tuffano. Alja, la figlia di Sanja e Sinan, ha anche preso un riccio con l’ausilio delle sue sole dita e non s’è punta neanche un po’.
Questi nostri figli sono gemelli d’età: hanno tutti e tre otto anni, però Alja e Zeno gemelli lo sono per davvero, mentre Romain resta il figlio unico del mio cuore. Figlio amato e amante, un affetto, il nostro, che si esterna in baci e in liti clamorose. Come tutti i bambini, Alja, Zeno e Romain vorrebbero stare tutto il giorno in acqua. La loro unica originalità, se di originalità si tratta, è che a loro è concesso di stare tutto il tempo in acqua.
Perché io sono fondamentalmente una madre anarchica e Sanja, che è invece più rigorosa e attenta di me, vuole concedere ai suoi figli quella libertà da vacanza che in città non è ragionevole dare. D’inverno si studia in appartamenti angusti, in città fredde e piovose; d’estate si è liberi, completamente. Insomma, nell’arco dell’anno, i nostri figli sono per nove mesi formiche e cicale per tre, come le favole non dicono.
Kiko è un affabulatore naturale. Qualcuno ha detto che è un autoaccentratore d’attenzione, ma se pure fosse vero, Kiko ne avrebbe ben donde. Sa raccontare le molte cose che racconta, le molte persone che ha incontrato, mescolando ironia e sarcasmo, con la sua personalissima e malinconica allegria. Forse a questo punto dovrei raccontare qualcuno dei suoi aneddoti, ma non so farlo: solo Kiko sa e può.
Mi piace preparargli un caffè all’italiana; mi è piaciuto fin dal primo momento che l’ho conosciuto. All’epoca, voleva provarmi (forse solo stuzzicarmi, con quella cattiveria che sa dare il dolore), più per abitudine che per volontà. Mi ha chiamata Pascale, fingendo di dimenticare il mio vero nome o dicendomi di trovarlo brutto; punzecchiata, chiamandomi bosniaca (che forse nelle intenzioni era un insulto, ma che per me è un complimento). E per un giorno o due, sono stata Pascale, sono stata bosniaca.
Kiko non ha trovato opposizione da parte mia, così ben presto sono tornata a chiamarmi come mi chiamo e ad essere una strana italiana, con origini francesi. Ma il caffè me lo chiede con gentilezza, e una volta persino per iscritto, ricorrendo a un bigliettino da burla (un tovagliolo di carta), in un buffo italiano che è solo suo e mai vorrò ch'egli migliori.
E’ tutto quello che posso dare a Kiko: un caffè all’italiana, e un sorriso dalla retroguardia che significa ti voglio bene. Per parlare di poesia e di poeti, di romanzi e di letteratura, ci sono Sinan e Alessandro. C’è Sanja. Per lui, faccio un’eccezione e me ne sto zitta, come non è nelle mie abitudini, preferendo preparargli un caffè e starlo ad ascoltare.
Sinan è una sorta di figlio elettivo, per lui. Nel senso che Kiko lo ha eletto a figlio, quel maschio che non ha avuto (ha una figlia, Tamara, che vive con lui, il marito e il figlio Vladimir, a Sarajevo), anche se per un certo periodo Izet Sarajlic ha creduto che il suo figlio ideale fosse Erri De Luca.
Forse anche Sinan si è eletto a suo figlio del cuore, anche se Kiko è un padre dispotico.
Penso di capire bene l’animo di Kiko: ha lo stesso carattere di mio padre, la stessa età, lo stesso fare burbero. Ma mio padre non è un poeta e Kiko non ha calli sulle sue mani.

Quest’anno Izet non percorre con noi, maledicendole, le pietre sotto i piedi della via che abbiamo intestato a lui, e adesso, quando giungo al tratto ribattezzato in onore di Sergio Iagulli (un editore salernitano), penso a lui, maledicendo anch’io i sassi aguzzi.

Stari Grad, 2000

Izet Sarajlic, Kiko per gli amici, ha ricevuto nel dicembre 2001 il Premio Moravia per la migliore poesia straniera. È morto, d’improvviso, nel maggio del 2002.

E mi manca tanto.


martedì 8 luglio 2008

Geolocation

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Curiosità: poco fa, ho scoperto che cliccando sul contatore, apprendo da dove provengono i contatti.
La maggior parte dall'Italia, certo.
Una buona parte dalla Francia, ci sto.
Quelli dalla Croazia, mi sono chiarissimi.
Qualcuno dalla Svizzera, ok, conosco chi.
Tantissimi unici contatti per sbaglio, da tutto il mondo, quando si sfogliano le pagine dei blog, lo capisco.
I 54 dagli States, pure (sono grandi, gli States).

Ma quella marea di contatti che vengono dal Regno Unito... di chi saranno mai?

Beata te che c'hai la casa vicino al mare

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photo by @rteJS


Sì, proprio.
E infatti è il secondo anno consecutivo che non riesco a farmi nemmeno un giorno di mare sulla spiaggia normanna.
Che schifo di tempo!
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lunedì 7 luglio 2008

Pittura: un quadro di Francesco Hayez

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Premetto che non vado pazza per l'opera di Francesco Hayez (1791-1882) in ragione di un certo idealismo stucchevole. Il famoso Bacio lo detesto, mentre evidentemente piaceva a Luchino Visconti, il quale lo tradusse nei corpi allacciati di Alida Valli e Ferley Granger (cfr. Senso).

Vidi questo quadro a Rovereto (MART), ma non lo ricordavo. L'ho rivisto a Roma, in aprile, alla Mostra (
Scuderie del Quirinale*) Ottocento. Da Canova al Quarto Stato. E stavolta mi ha colpita.

Guardiamola più dappresso (
consiglio di cliccare sull'immagine per ingrandirla), questa Venere callipigia.

Non c'è che dire: il corpo è stupendo. Non perfetto (ma stiamo ragionando coi "nostri" canoni): il seno oscilla tra una seconda e una terza misura (forse un 36B); il braccio destro è quasi più grande della sua esile schiena; i fianchi muliebremente sproporzionati [ma di certo migliori delle natiche - inguardabili - proposte da Gustave Courbet (clicca qui)]; le gambe sono lunghe, con polpacci da mezzofondista (da ballerina, nel suo caso) e conseguentemente caviglie non proprio sottili; i piedi faranno un 38,5 su un'altezza che - ad occhio - direi sull'1,72m.
Mi sembra di poter dire che l'immagine di Charlotte Chabert è appena ritoccata.
E veniamo al volto. Chissà com'era per davvero, visto che qui si riproduce un volto "grecoromano" (si pensi a quello dell'Artemide del Louvre o al naso della stessa Venere di Milo) con anche l'acconciatura ad hoc.

Che cosa c'è attorno al corpo eburneo? Due colombe (tra l'altro, mai viste colombe così), un paesaggio romantico che più (pre)romantico non si può (Sturm und Drang, direi).
Ma la cosa sorprendente è quel filo rosso. Bello. Bellissimo è come si adagia sui lombi della Venere lombarda.

E quel filo rosso dà valore a tutto il quadro.

__________________
*Attualmente, alle Scuderie c'è la mostra sul meraviglioso Giovanni Bellini e l'anno prossimo si prevede quella sul Futurismo.

Cena cinese: Gamberi e nouilles ai 5 aromi

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photo by @rteJS

Crevettes Wu Xiang (= aux cinq parfums)
1 porro
1 peperone rosso
400 gr di gamberetti cui lasciare solo la coda
1 manciata funghi Shiitake
salsa, spezie,
nouilles (spaghetti cinesi)

Mettere le spezie (si acquistano in bustine preconfezionate all'uopo) a marinare con i gamberetti. Passarli in in padella (wok) appena oliata, per 1 mn.
Tagliare il peperone e il porro a striscioline.
Mettere a bagno in acqua caldissima i funghi essiccati a lasciar rinvenire.
Far saltare peperone, porro e funghi nello wok per tre minuti e a fuoco vivo, aggiungendoli ai gamberetti.
Intanto la pasta dovrà essere versata nell'acqua bollente non salata con un po' d'olio (3 mn).
Versare la salsa e mescolare velocemente, aggiungendovi le nouilles ben scolate. Mescolare.
Servire ben caldo.
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domenica 6 luglio 2008

Quel che Woody Allen sta raccontando da quasi vent'anni

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N.B. Cliccando sui titoli dei film sottolineati, si apre video
youtube con un estratto del film in questione
(versioni in varie lingue)

Che c'entra Woody Allen con il capolavoro russo?

Tutto ha origine (se ha origine) dal romanzo di Fedor Dostoevskij,
Delitto e Castigo (1866).
Rodiòn Romanyč Raskòl'nikov ne è il protagonista, un giovane pluriomicida. D'altronde, se lo spettatore lo dimenticasse, ci sarebbero le citazioni o le copertine del romanzo all'interno di almeno un film a rammentarlo. Ma andiamo per ordine.

In che cosa consiste la grandezza di questo romanzo? In fin dei conti, racconta la storia di un pluriomicidio. Ma non è un giallo. E' scritto bene, certo, ma tanti libri son scritti bene.
In Delitto e Castigo c'è una novità (per quanto, se andassimo a rileggere Edipo Re...): il colpevole attende di essere scoperto. Vuole essere scoperto. Il giudice Porfirij Petrovič lo sa e lo favorisce nella confessione invece di accusarlo direttamente.
Soffre il giovane, che credeva di poter bellamente e impunemente (perlomeno, non aveva preso in conto la sua coscienza) perpetrare l'omicidio di due persone...

Ma eravamo nell'Ottocento. Ed esisteva ancora il timor Dei.

E veniamo a Woody Allen.
Ci aveva fatto sorridere col suo umorismo tutto giudaico-ateo-newyorkese (escludendo il bergmaniano Interiors e forse - dico forse - Un'altra donna).

Poi, fulmine a cielo quasi sereno, arriva

Crimini e misfatti (1989), dove il perno della storia ruota attorno alla nozione di delitto perfetto, "un soggetto per un film", dirà il protagonista Martin Landau. E si precipitano, direi accorrono, il senso di colpa e il timore della punizione divina. Qui, Landau è a un millimetro dal confessare il suo delitto alla polizia, ma poi, come dice lui stesso, "un mattino la sua crisi si è dissolta: si accorge che non viene punito, anzi, prospera. L'assassinio viene attribuito ad un'altra persona ed ora è libero, nel suo mondo protetto di ricchezza e privilegi [...]. Certo, vive qualche brutto momento, ma passa".
Woody - coprotagonista- è esterrefatto da quello che gli viene confessato (sotto forma di racconto fantasioso) e dice che in questo caso sono "le peggiori convinzioni a concretarsi", che "sarebbe duro per un uomo vivere con un peso del genere sulla coscienza". Ma Landau cinicamente lo rassicura, giacché "nella realtà, noi neghiamo o non potremmo continuare a vivere". E la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità (costituirsi, confessare) è cosa che va bene nella fiction, ché "l'universo è (leopardianamente, aggiungo io) indifferente".
Il colpevole non soltanto la fa franca, ma vive pure bene.

Tre anni dopo, Allen gira

Ombre e nebbia (1992), c'è il mostro, la situazione kafkiana dell'innocente che rischia di fare da capro espiatorio. Il film viene lodato per la fotografia e tante altre cose, ma il vero soggetto (l'omicidio e i suoi effetti) passa inosservato.

Woody ci riprova l'anno successivo, ma la butta sul ridere. E' la volta di

Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Qui, tutti sanno chi è il vero colpevole ed i protagonisti - detective improvvisati - si dannano per provare a far luce e smascherare - per poi inchiodare - l'omicida. Si fa il verso a La finestra sul cortile, blablabla. C'è il delitto e c'è il castigo. Ma non c'è la pena (= la macerazione interiore) dell'assassino (che vivrebbe benissimo senza quei due rompiscatole di Woody e Diane).

Parecchi movies dopo, Allen fa sul serio. Riprende il personaggio di Landau. Lo fa più giovane, più (si fa per dire) attraente. E traspone - almeno in parte - Delitto e castigo (nel film, Chris lo sta leggendo): infatti, Jonathan Rhys Meyers (Chris) uccide due persone, due donne. Soltanto che quel che nel romanzo è reale (a scopo di rapina, Raskòl'nikov uccide una vecchia e una ragazza, sorella minore della vecchia, che si trova nel posto sbagliato, nel momento sbagliato), nel film diventa la ricostruzione fallace di Scotland Yard. In realtà, la vittima per sbaglio è il vero bersaglio dell'omicida. Sto parlando di

Match point (2005). La tesi è che è tutta questione di fortuna o quantomeno della quota di fortuna che la vita ci dà in dote: paragone col tennis, "la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Si vince oppure si perde". Qui va tutto alla rovescia, la palla (la vèra) cade dal lato sbagliato, ma salva il protagonista. Che probabilmente vivrà benissimo - tra qualche mese - come il più navigato Landau.

Il film piacque, ma Woody non rinuncia a darne ancora una versione, stavolta più farsesca. Gira allora


Scoop (2006), convocando il bel Jackman, che stavolta non riesce ad ammazzare Scarlet Johansson, la quale si prende la rivincita e incastra lui. Nel frattempo, però Woody traghetta tra i morti. Insomma, il bello, ricco e colpevole la farebbe franca se non ci fosse un intervento dall'aldilà (il giornalista).

E poi c'è il film più cupo, dello scorso anno, uscito in Italia col titolo Sogni e delitti, ma io l'ho visto in originale e allora traduco il titolo con

Il sogno di Cassandra (2007). Qui c'è un delitto su commissione familiare. Tanti rimorsi per Colin Farrell, ma la vita continua. No, stavolta no. Perché chi ha deciso di pentirsi (Ewan Mc Gregory), poi muore e chi invece non voleva uccidere, uccide.

Questo è quel che ci sta raccontando Woody da vent'anni: nella vita non esiste compensazione, giustizia, pena, né castigo. La vita non ha senso. Si può fare del male e vivere come se niente fosse.

Ed io allora mi chiedo se Allen non sia un Raskòl'nikov in attesa del giudice. Se non abbia già confessato. Che cosa, lo ignoro.

Teatro: Natale in casa Cupiello

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"Te piace, 'o presepe?"
"No, 'o presepe nun me piace"




Dedicato a papà.

sabato 5 luglio 2008

Ancora sui personaggi cinematografici (part II)

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Come ho potuto dimenticare?!?
Shakerare il tutto: si ottiene l'uomo ideale.

John Wayne alias Sean Thornton (Un uomo tranquillo)
N.B. LEI sono proprio IO (quando sono "femmina")!:



Robert Mitchum alias il caporale marine Allison (L'anima e la carne):



Tom Hanks alias il capitano John Miller (Salvate il soldato Ryan):



Tom Hanks alias Victor Nabosky (Terminal):



Cary Grant alias Henri/Florence Rochard (Ero uno sposo di guerra)




Che uomini!

Un film che sarebbe potuto essere bellissimo

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E invece fu un vero flop. Anzi, un concentrato di kitsch, una paccottiglia.
Peccato, perché l'idea di partenza era davvero bella.

Di che cosa parlo? Di Al di là dei sogni (1998, What Dreams May Come) con Robin Williams, Annabella Sciorra, Max von Sidow e Cuba Gooding jr.
E' tratto da un romanzo (che non ho letto) di Richard Matheson (1978).

Temi: L'amore e la morte, l'amore oltre la morte, la disperazione, la vita ultraterrena.
Il regista attinge a piene mani dalla Divina Commedia di Dante.
I colori sono ovunque (nella diegesi filmica, la moglie di Robin Williams è pittrice).
Tanti. Troppi.
Peccato.

Un po' di immagini mute tratte dal film:



"Tra un minuto non saprò più chi sei"

Musica croata: Gibonni

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Raccolgo l'invito ricevuto altrove. Non mi intendo molto di musica croata, ma ho così tante volte ascoltato il cantautore spalatino Gibonni (una via di mezzo tra Venditti e Baglioni), pseudonimo di Zlatan Stipišić ché metto qui la sua Ja ću budan sanjati (Sognerò da sveglio), in duetto con Vanna:





e poi Oprosti (Scusa):

I problemi di un traduttore

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Nel 1998, Michel Volkovitch (un francese di origine greca, professeur de son état) pubblica presso la casa editrice parigina Maurice Nadeau (dal nome e cognome dell'editore) un raccolta di novelle dal titolo Transports solitaires.

Non ricordo più come mi imbattei in lui. So però che chiesi all'editore di poter tradurre - con royalties gratuite -, e far pubblicare in Italia, alcuni racconti prelevati dal libro. Maurice Nadeau (all'epoca 87enne, classe 1911) mi ricevette nel suo ufficio, non perse tempo in chiacchiere, mi disse che per lui andava bene ma che dovevo sentire l'autore. Mi congedò dopo nemmeno 10 mn con il numero di telefono di Volkovitch.

All'epoca lui abitava a Sèvres, io nel XIVe arrondissement, ci incontrammo in un caffè montparnassien. Persona squisita, ebbi il suo placet e pubblicai la traduzione del suo racconto nella rivista Linea d'ombra.

Ottengo successivamente da Maurice Nadeau di poter pubblicare ancora un racconto di Volkovitch senza pagare i diritti di traduzione su altra rivista.

Risultato: sono 8 anni che vado in giro con questa traduzione. La rivista prestigiosa (taccio sul nome) che doveva pubblicarla, l'ha tenuta congelata per 3 - diconsi tre - anni, per poi non farne niente.
E da allora non ho più proposto nulla a nessun'altra rivista letteraria.

Nel frattempo, Michel Volkovitch è diventato uno scrittore affermato.
Nel frattempo, Maurice Nadeau ha compiuto 97 anni...

(Pauvre de moi)

venerdì 4 luglio 2008

Quando il mio uomo sta giù

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Vorrei cantargli questa canzone...

Stasera te la dedico, va'...
[solo che la vita non mi ha (ancora?) deluso.
E - soprattutto - non mi hai deluso tu]

giovedì 3 luglio 2008

La donna che vorrei essere tra una decina d'anni

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Jessica Fletcher ossia la signora in giallo. Quella che ha sempre una risposta per tutto. Quella che capisce tutto. Quella che resta comunque umana. Certe volte avrei voluto avere la memoria pronta per ricordare almeno una di quelle sue battute che non offrono replica.

(Però che jella vivere a Cabot Cove!)

Io e Mustang (il mio cane)

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Suppergiù.

(D'altronde, Snoopy è un beagle)

Debbo pulire casa, ecchediamine!

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Contro la mia pigrizia:

Paresseuse...

mercoledì 2 luglio 2008

Un amore letterario

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Bartleboom mi ha chiesto di indicare il nome di un personaggio letterario di cui mi sarei potuta innamorare (quanto a quello cinematografico, ho risposto prima di riceverne l'invito, in un post qua sotto)

Volevo pensarci a lungo. Volevo dare una risposta bella, fondata, documentata. Magari aggiungere un passaggio, una frase, due parole, del mio lui letterario.

Ma poi no. Ho seguito l'istinto. Tra tanti libri letti, mi son chiesta, qual è l'uomo che ti viene subito in mente? (sì, mi do del tu)

M'era venuto in mente il duplice protagonista de La città e i cani di Mario Vargas Llosa. Ma non l'avrei potuto amare. Mai.

Naturalmente, è arrivato a cavallo il tenente Giovanni Drogo. Ma lui è me: non posso innamorarmi di me stessa, neppure mutata di sesso.

photo by @rteJS

E allora si è illuminato lui, il nichilista, quanto di più lontano dalla passione amorosa. Ma lui.
Ivan Karamazov.
Non aveva biglietti di spiegazione tra le dita.

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P.S. Rilancio la richiesta a Isotta.
Isotta ha risposto.
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Ma mi sono accorta (nel meme originario) che bisognava invitare "3 maschi e 3 femmine". Bart è colui che mi ha invitata e per conto suo ha già risposto. Proverò a sottoporre la cosa a Yossarian. Fine dei maschi.
Altre 2 femmine: rilancio la proposta a: Luana e a Lilium (largo ai giovani!)
Il tema è: di quale personaggio letterario e cinematografico avreste potuto innamorarvi?.
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I have to go

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photo by P@t@chon

Questa è un'immagine tipica, da turista. Foto scattata da mio figlio (all'epoca 14enne) perché una volta tanto la cabina è nera.

Sua scoperta dell'attuale realtà: in epoca di cellulari, le cabine telefoniche londinesi servono ormai esclusivamente ad accogliere immagini porno con numeri telefonici di riferimento...


Non ho mai amato - né amo - Londra.