martedì 30 settembre 2008

Non faccio niente

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tazzina di caffè sloveno (sul lago di Bled) photo by @rteJS


Non faccio niente, niente, niente.
Vado a farmi un caffè.

domenica 28 settembre 2008

Un tranquillo week-end normanno

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Cathédrale d'Evreux photo by Thomas (site web: http://www.azurs.net)

Avvertenza: cliccando sulle parole in rosso, si possono vedere le foto

Questa volta sono preparata: gli abitanti di Évreux si chiamano Ébroïciens.

La vista che avevo dinanzi a me, mentre mangiavamo una bistecca di vitello affogata nei funghi con contorno di fagiolini era ancor più bella che in questa foto: infatti, oltre alla cattedrale cinquecentesca più volte ricostruita (incendi, bombardamenti e un uragano l'hanno presa di mira nei secoli), il panorama includeva il bellissimo museo e un canale sornione che scorre di fianco alla cattedrale. E poi - incredibile dictu - il sole era tapant.

Intorno a noi - a colonna sonora del nostro pasto - una musichetta a tutto volume proveniente dal vicino manège senza bimbi, andava dai tanghi anni '50 al ballo del qua-qua (french version), da Sous les ponts de Paris (Maurice Chevalier) a Milord (Édith Piaf)...

Il cameriere tuttofare correva di qua e di là, dicendomi che lui si accorgeva di tutto (assenza di posacenere) e sentiva tutto (il mio spazientimento nell'attesa della successiva portata), e poi dimenticava di portarci la famigerata carafe d'eau e la tarte normande.

Tra i clienti della nostra brasserie, degni di nota: il braccialetto in argento a maglie larghe e pesanti, su un omone sessantenne di 90 chili tutto in nero stile newportual (stile che invento qui), un tizio dalla facies alla Dominique-Fernandez che ha impiegato un quarto d'ora per svuotare la sua tazzina di caffè, un altro che per tutto il tempo ha apposto la sua firma-sigla a degli incartamenti (ma di domenica?!?) e una gentile settantenne con tacchi a spillo e immenso tatuaggio a cuore trafitto che consumava delle moules-frites...

Poi, siamo passati per un villaggetto dal titolo impietoso: Crèvecoeur (-en-Auge). Un pugno di villettine senza pretese battute come battigia dalle onde sonore del traffico. Crepacuore, appunto.

E allora mi viene in mente anche la canzone del nostro Bersani, così divertente, leggera (al di là delle intenzioni del suo autore), come il mio animo di oggi. E la metto qua sotto.

P.S. E mi si è pure rotta la macchinetta fotografica digitale...





venerdì 26 settembre 2008

Forse è giunto il tempo

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Forse è tempo che mi smarrisca.
Che vada indietro in quell'epoca in cui non voglio tornare, che mi decida ad entrare dentro di me, senza intellettualismi di sorta.

Forse è tempo che torni ad avere sei anni e mezzo, quando i miei capelli erano tagliati cortissimi da una mamma che combatteva tutti i giorni per districarmeli e non ce la faceva più a sentirmi piangere per il dolore che mi procuravano i nodi.

Tempo di andare in un luogo in cui mi sentivo infinitamente sola; tanto, troppo sola, nonostante i miei fratellini.

Di andare a recuperare quella bimba che piangeva dentro di sé e non faceva veder nulla all'infuori. E darle la mano. E accompagnarla perché non si senta troppo sola.

Debbo tornare a quel 1° agosto 1964, dentro a un pullman che mi portava via dalla mia famiglia. Ed era la prima volta. Basta che per un attimo mi lasci andare e di nuovo, immediatamente, sento in bocca quel gusto orribile dell'orzo che da allora non ho più voluto bere.

Chissà se ci riuscirò.
È da tanto che non sono più in contatto con me stessa, con quella bimba lì, troppo fragile, troppo buona, troppo brava e con una gran paura addosso di disturbare anche chi l'amava.

Un'altra intervista: Capossela

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Che devo fare? La sua musica, le sue canzoni, non mi piacciono. Proprio non mi riesce.

Ma ho amato quest'intervista. Non Luttazzi, altro che non mi riesce di apprezzare (detestabili, quelle sue risatine alla Oreste De Fornari), ma proprio lui, Capossela. O meglio, il contenuto delle sue risposte.

Tenero, irregimentato in quell'abbigliamento non usuale per lui.



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Rivedendo Intervista con il vampiro

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Un Tom Cruise biondo e con gli occhi azzurri, diafano e e perverso ma che fa pena, non fosse per l'ultima scena del film

Intervista con il vampiro (clicca qui per la trama), 1994.

L'ho rivisto, di controvoglia. Non amo i film in costume a priori, con le dovute eccezioni (The Illusionist, per esempio, ma lì per via del personaggio di Paul Giamatti, clicca qui per la trama).
Non amo i film decadenti, pieni di parole che si vogliono importanti (cfr. video più in basso).
Non amo l'ambiguità, diciamolo anche.

Ma l'ho rivisto. A casa mi dicono che m'era piaciuto alla prima visione; a me pareva il contrario.
Insomma, dopo 118 minuti, il giudizio non è mutato: il film appartiene a un genere kitsch rococò (passatemi la pseudoinvenzione) che mi disgusta.

Bello fisicamente - e terribile - Lestat, l'angelo maledetto nelle fattezze di Tom Cruise. Meno riuscito il mezzouomo-mezzovampiro Louis (Brad Pitt), ma qui in casa mi contestano e dicono il contrario.
Ridicolo - ma proprio ridicolo - Armand, il vampiro quattrocentenne Antonio Banderas. E lì, siamo d'accordo tutti (tutti... 3 su 3).
Bravo Stephen Rea - attore feticcio di Neil Jordan - che interpreta Santiago, il vampiro tuttofare di Banderas. Odiosa invece Claudia (Kirsten Dunst, all'epoca dodicenne), la vampiretta cattiva.
Impeccabili i colori, i costumi, l'atmosfera (c'è di mezzo Dante Ferretti, e si capisce).

Insomma, a mio avviso un film pretenzioso, pieno di cose dette che andavano semmai suggerite. E anche un po' splatter. Manieristicamente, raffinatamente. Uno splatter in punta di piedi (o di forchetta, fate un po' voi).


Lestat e Louis (ma il film è a colori)




(video youtube con la ridicolerrima frase "Tu sei bellissimo, amico mio")
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giovedì 25 settembre 2008

La voce autentica di Hercule Poirot: David Suchet

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Non capisco niente, ma che suoni carezzevoli e insieme - come dire - incontestabili, ha la sua voce.

Ho sempre visto Hercule Poirot in francese, impersonato da David Suchet, con quella voce un po' troppo laccata, manierata, controllata, saccente, puntigliosa e un po' femminea (anche la sua è così, quando fa Hercule Poirot in inglese).

È la voce di David Suchet che è stupenda.

Peccato per la camminata da piccione in piazza S. Marco che gli fanno tenere (già il fisico non l'assiste...). Poi però è vero che mi addormento sempre sul divano (è che lo danno alle 14h30, qui).

L'altro giorno ho visto in tv un film in cui David Suchet impersonava un terrorista. Chi, Poirot? Ma scherziamo?

Un altro attore ucciso dal personaggio.
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mercoledì 24 settembre 2008

Il pioppo della fattoria

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Zagorje (foto prelevata da http://www.via-tours.hr)

12. [Zagorje, vicino una casa di contadini]

POPULUS NIGRA

(Pioppo nero)

(Peuplier noir)

M’hai scompigliato i capelli alle spalle

coi tuoi glabri rombi e leggeri.

Ho cacciato l’amento rubizzo impigliato

nella frangetta umida dello Zagorje

e mi sono voltata.

Non eri il cipressino che ricordavo, ma tu già

ti confondevi dietro un melo troppo gravido e malato.

M’hai salutata ondeggiando dolcemente il corpo:

eri grande e alto e lieve.

T’avevo avvicinato (giovinetta) in una pagina di

Balzac (ma superficialmente);

ho allora affondato

la mia carezza nella fessura della scorza tua profonda.

Il contatto è rimasto intatto e lo sento ancora qui,

pulsare nei polpastrelli.

Vedi, non ho dimenticato.

(JS, Arboraltaccuino, pubblicata)

Un giorno dovrò raccontare dello Zagorje. Non ora, troppo presto.




Al cellulare, con un amico napoletano

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photo by @rteJs

Briciole di conversazione in treno

"Ciao, tutto bene?"

"Sì, a parte la noia della campagna".

"Senti, ma come si chiamano gli abitanti di Louviers?"

"Louveriens. Niente-amore..."

":DDDDDDD"

Bella battuta, Eu. Ti offro il caffè qui sopra.

martedì 23 settembre 2008

È ricca, la sposo e l'ammazzo

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Debbo assolutamente rivedere questo film [l'ho visto solo 4 volte].
Il titolo originale è A new leaf (1971) ed è l'adattamento cinematografico di un racconto americano a firma Jack Ritchie.

Non capisco perché Elaine May (regista, sceneggiatrice e protagonista femminile) l'abbia in seguito ripudiato. Fantastico Walter Matthau nel suo non-romanticismo caustico, incantevole lei nel ruolo della deficiente.

E poi un poco - ma poco poco - è anche commovente. La scena della bevanda preferita da lei, poi... un capolavoro. Meglio il film del libro, a mio parere.

Su youtube, in italiano, si trova solo questo:


Coppia azzeccata: Montale-Hopper

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E. Hopper Room in Brooklin (1932)



Su una lettera non scritta


Per un formicolìo d'albe, per pochi
fili su cui s'impigli
il fiocco della vita e s'incollani
in ore e in anni, oggi i delfini a coppie
capriolano coi figli? Oh ch'io non oda
nulla di te, ch'io fugga dal bagliore
dei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra. Sparir non so
né riaffacciarmi; tarda
la fucina vermiglia
della notte, la sera si fa lunga,
la preghiera è supplizio e non ancora
tra le rocce che sorgono t'è giunta
la bottiglia dal mare. L'onda, vuota,
si rompe sulla punta, a Finisterre.



(Eugenio Montale,La bufera; Finisterre)

Per ridere un po': Cinzia Leone (Strana forte, la gente)

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I romani apprezzeranno...

lunedì 22 settembre 2008

CapaRezza : con le rime ti schiaffeggia e t'accarezza

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Se vuoi leggere chi è Michele Salvemini, in arte CapaRezza, clicca qui.




Testo:

Non sei un uomo se come un frate chiedi perdono. Non sei un uomo se a fare mazzate non sei buono. Non sei un uomo se tua moglie di te se ne fotte. Non sei uomo se... se non la gonfi di botte. Non sei un uomo se non guidi le macchine grosse. Non sei un uomo se non tiri due ganci alle giostre. Non sei un uomo se hai paura di tornare in carcere. Non sei un uomo, sei un gay se ti metti a piangere.
Non sei un uomo e farai una brutta fine. (x2)

Non sei un uomo, se non hai la pancia sferica. Non sei un uomo senz'abito buono alla domenica. Non sei un uomo se di notte non vai al bordello. Non sei un uomo... se non ti tira il pisello. Non sei un uomo se ti arrendi e non mostri gli artigli. Non sei un uomo se non prendi a ceffoni i tuoi figli. Non sei un uomo se il rispetto che hai non ti basta. Lo sai cosa ti manca? Un ferro nella tasca.
Non sei un uomo e farai una brutta fine. (x2)

Rit.: Non ascoltare questi maldicenti. Non si va avanti con la forza, ma con la forza degli argomenti. Non ascoltare questi mentecatti. Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti. Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti (x4)

Non sei un uomo se non hai lo stereo più potente, e poi si vede dalla foto che hai sulla patente. Non sei un uomo se perdi tempo a studiare i libri; se sei un uomo, meglio che inizi con gli scippi. Non sei un uomo se ti beccano la piantagione. Non sei un uomo se dalla prigione fai il mio nome. Non sei un uomo se mi fotti, che se me ne accorgo... non sei un uomo vivo, tu sei un uomo morto.
Non sei un uomo e farai una brutta fine.
(x2)

(Refrain).
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A chi piace, a chi no. A me piace.

Melancholia

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Albrecht Dürer (Melancholia, 1514)
immagine prelevata dal sito http://www.arthistory.about.com


Cecco Angiolieri (Siena, 1260-1312)

Sonetto

La mia malinconia è tanta e tale,
ch’i non discredo che, s’egli ‘l sapesse

un che mi fosse nemico mortale,
che di me di peta(de) non piangesse.

Quella, per cu’ m’aven, poco ne cale:
ché mmi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ‘n un punto di tutto ‘l mie male,
se della pur “ I t’odio “ mi dicesse.

Ma quest’è la risposta c’ho da llei:
che della nommi vòl né mal né bene,
e ched i’ vad’ a far li fatti mei,
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ e pene,

men ch’una paglia che lle va tra ’ piei.


Mal grado n’abbi’ Amor, ch’a lle’ mi diène.

___________

Eh.

(Ricordo che al liceo l'avevo pure messa in musica. Forse è per questo che è l'unica poesia che ancor oggi possa recitare a memoria. Ma solo se la canto.)



domenica 21 settembre 2008

Né sogno né cigno: Vesna Parun

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foto prelevata dal sito www.sagarana.net


1.

La porta aperta

(Otvorena vrata)


Persino gli uccelli, quando in autunno abbandonano

le paludi, addio sussurrano

ai canneti muti e ricurvi

laddove scompare il bagliore dell’estate.


Persino gli alberi si accomiatano dagli alberi

nell’angoscia e nel dolore

posando i rami loro assenti

gli uni sugli altri, nello sciabordio del torrente.


Lui invece aprì la porta della baita

guardò il cielo e se ne andò,

lasciando acceso il lume

accanto ai libri immobili e al silenzio

turbato dall’ondeggiare delle ombre.


Trasformalo, o notte, in pietra nera

all’incrocio delle strade, ai piedi della montagna cupa

là dove l’ululato dei lupi scende fino al mare!

S’ammucchino pure le foglie su di lui

dissimulando col loro fruscio

la sua triste solitudine.

Lo eviti la luna

e non l’indori del bagliore

che acquieta le valli.


Trasforma, o notte, in fiore il suo cuore

sulle alte vette dell’indifferenza

dove più non giungano le mie lacrime

al sale delle alghe confuse.


Trasformalo in isola fredda

dalle implacabili rive e selvagge

dove mai si poseranno

la cicogna e l’airone cinerino.

Gli uragani del nord e del sud

agitino i suoi promontori

assediati dal rimprovero delle onde.

E ovunque attorno a lui

si stendano la tristezza del mare

e la disperazione, e l’infinita speculazione.


Allora chiuderò la porta

e spengerò quel lume affaticato.

Dolcissima sarà la notte

e di nulla avrà ricordo.


Sarà irreale. La lontananza

si stenderà tra me e lui

come una buona mano amica

che il deserto del mondo nasconde.

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da Né sogno, né cigno (poesie scelte di Vesna Parun). Caserta, Spring Edizioni, 1999.
Prefazione di Predrag Matvejevic. Traduzione dal serbocroato e nota critica di Jacqueline Spaccini.
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Il frassino dell'Abbaye de Beauport (Bretagna)

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foto prelevate dal sito internet www.bretagne-tip.de/architektur/bretagne-abbaye-de-beauport.htm

Dalla quarta di copertina di Arboraltaccuino:

Innamorarsi è uno stato magico e spesse volte del tutto casuale; innamorarsi degli alberi, di alcuni di loro, lo è ancor di più. Per me è stato come un ritrovamento, un susseguirsi di sassolini bianchi (come quelli di Pollicino) a marcare i punti, i passaggi, dall’infanzia all’età matura. Una pleiade più numerosa di quella stellare, il segno di una vita che si compie all’ombra degli alberi, presenze discrete e silenziose.

Ognuna di queste piante è un appuntamento, ove rappresentare il dialogo muto e continuo con me stessa. Ci sono alberi che si amano, altri che si odiano. Qui ci sono anche quelli che si temono: ma sono tutti ugualmente importanti, così come i luoghi nei quali sono evocati e le lingue alle quali sono ricorsa.

Ora, se mi volto, vedo solo teneri rametti, spezie preziose ed erbe profumate, stecchi umidi e ancor selvatici.

Ed è un’altra illusione.

I.

[Bretagna, abbaye de Beauport]

FRAXINUS EXCELSIOR

(Frassino)

(Frêne)


* * *


Quando ci presentarono avevi

da poco festeggiato il bicentenario

(e finito di appropriarti di un’abbazia in rovina).

“Beau port” è stato il tuo più che dei bretoni

monaci viandanti, che dal Nordamerica

rivoltoso t’aveano per sé rapito.

Non sempre, è vero, ho saputo contare

le impari foglioline per distinguerti

dalla Pterocarya; così mi scuserai se

diffido delle stipole ingannevoli e

attendo le sàmare autunnali

per riconoscerti.


(JS, pubblicata)

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Ci debbo tornare. È un luogo magico, da cui si vede il mare. Ho tante belle foto. In qualche scatolone, laggiù in Italia. Nelle mie foto si vede bene anche il frassino in questione.

Che fai tu, luna nel ciel? La non-risposta di Magritte

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Così giustifico il premio ricevuto da Valverde (clicca qui), che attribuisco a tutti quei blogger presenti nella mia lista amici che se ne vogliano fregiare.

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René Magritte (1898-1967), belga, l’uomo con la bombetta, dal volto occultato ora da una colomba ora da una mela verde, è anche l’autore di due dipinti in cui convoca la luna, protagonista dei seguenti quadri: Le Maître d’école [“Il maestro” (1954, olio su tela, 81 x 60 cm, Ginevra, collezione privata)] e La Robe de soirée [“L’abito da sera” (1954, olio su tela, 80 x 60 cm, Bruxelles, collezione privata)].

La sua è una luna a falce, rivolta ora a ponente ora a levante, bianchissima nella sua esiguità, su uno sfondo privo di stelle, di un blu pervinca. Essa è posta immediatamente sopra il capo di figure umane (l’uomo con la bombetta nel Maître d’école, una giovane donna nella Robe de soirée), che volgono le spalle allo spettatore del quadro. Perché? Qual è il significato di questa luna presente nelle due tele?

Magritte ha sempre pensato che la pittura dovesse essere poesia, e che la poesia chiama il mistero. Ma mistero di che? E perché la luna dovrebbe essere simbolo del mistero secondo Magritte? Intanto, i personaggi, volgendo le spalle a noi che guardiamo il rettangolo dipinto, non si presentano frontalmente, non ci offrono il loro volto e, con esso, la possibile decrittazione dei loro pensieri. D’altronde, spesso la posizione frontale “magrittiana” non apporta nulla allo spettatore, dal momento che il pittore ne copre il volto con oggetti vari (colomba, mela, lenzuolo, luce, etc.)… I motivi sono molteplici; ne do due: a) quel che deve interessare colui che si pone dinanzi al quadro non è la figura umana; b) il soggetto della tela deve rimanere misterioso.

E torniamo alla nozione di mistero collegato alla poesia. Dunque, la poesia – in questo caso, pittorica – è mistero, suo scopo è quello di porre enigmi, di renderli visibili senza per questo proporne una soluzione. Gli enigmi non si risolvono (perché non vanno risolti o non possono essere risolti); però, un linguaggio straordinario – quale è quello dell’arte – è in grado di suggerirne la penetrazione. Insomma, la pittura può – e deve – provocare in noi l’interrogazione essenziale del presentimento del mistero: un tableau doit être fulgurant (“un quadro deve essere folgorante”), scriverà Magritte nel 1958. Nel senso che il suo effetto deve essere di una sorpresa accecante agli occhi stessi del suo autore: piuttosto che cercare instancabilmente di scoprire i segreti (della vita, del suo senso non visibile), va suscitata nello spettatore l’intuizione del suo valore nascosto (qui, sulle orme di Heidegger, che pensava il mistero come qualcosa di inerente all’essenza della verità).

Ecco perché egli ci invita ad osservare il paesaggio che stanno contemplando i suoi personaggi (uomini o donne che siano), anch’essi spettatori, della manifestazione del mistero. E che cosa stanno quindi contemplando i suoi personaggi? La luna luminosa nel cielo, limpido e senza stelle (e per ciò stesso metaforico, non reale) al di sotto del quale si stende un paesaggio appena abitato (si intravedono le silhouettes di alcune case, filari di alberi in lontananza, e ciottoli su un suolo desertico in prossimità) in Le Maître d’école; mentre in La Robe de soirée lo sfondo è occupato da una distesa azzurra, d’un tono più chiaro del cielo, cioè un mare placido e senza onde.

Si sa che i titoli di Magritte sono sempre fuorvianti, e anzi apparentemente lontanissimi dal soggetto proposto. Enigmatico resta nella sua incomprensibilità il titolo del Maestro, mentre quello del secondo quadro ci aiuta a comprendere il motivo per il quale la giovane donna ritratta di spalle è nuda. L’abito da sera è quel cielo e quel mare, la luna stessa con la quale la giovane donna ha presumibilmente un appuntamento. E’ un abito meravigliosamente metaforico il suo, che la rende partecipe della comunione con la natura, l’universo; e, in ultima istanza, con la vita.

Magritte, che è stato uno dei principali rappresentanti del Surrealismo, suggerisce allo spettatore che se esiste una chiave in grado di avvicinarci al senso nascosto del mistero (“la chiave dei sogni” è il titolo di un quadro di Magritte), essa è da ricercarsi nell’immaginazione e in quelle associazioni “inattese” che si palesano nell’arte (e nei sogni), definite poeticamente dal pittore stesso la trahison des images (il tradimento delle immagini) al riguardo del suo Ceci n’est pas une pipe (“Questa non è una pipa”, 1928/29). Non è un caso che i titoli di molti quadri magrittiani siano stati dati a partire dal gioco surrealista: una mano che pesca parole scritte su bigliettini che sono stati messi senza ordine logico in un cappello…

La luna accoglie da sempre un valore notturno metaforico (e quindi non solo astronomicamente parlando), in quanto, nell’associazione libera dei significati, ciò che è notturno è legato a ciò che non si vede, e per gli occhi che non vedono, il buio è l’ignoto, il mistero.

Nella pittura di Magritte, la luna è – una volta tanto – elemento non incongruo, più vicina alla Weltanschauung (pre)romantica che surrealista, con la differenza che all’interrogazione leopardiana (Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna?) non fa riscontro nella pittura di Magritte alcun anelito di risposta: la sua luna se ne sta lassù, affissa nel suo cielo di cartapesta: non accoglie domande, bensì lo sguardo, che non vediamo, dei personaggi del quadro e il nostro, di spettatori, che nessuno vede.

Ed è bene che sia così.

[ commissionatomi e scritto il 27/03/2001]

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Credits: immagini prelevate da google

sabato 20 settembre 2008

Chiama piano (Fabio Concato e Pierangelo Bertoli)

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Una bellissima canzone.

Tornando a casa...

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Gare de Caen, voie G (photo by @rteJS)

Eh, mica era così, ieri pomeriggio...
Ieri era venerdì, la stazione di Caen era strapiena di pendolari che tornavano a casa (Parigi e zone limitrofe). Ed io ho preso un treno che non era il mio (ergo, niente prenotazione).
Vai alla ricerca di un posto che sia senza fogliettino bianco...
Alla fine, ne ho trovato uno.

Treno così affollato che qualcuno ha pensato bene di sdraiarsi a terra con la sua ragazza accanto.
Quel qualcuno si è visto scavalcare al volo (talvolta si deve anche andare alle toilettes!), con un salto in lungo preceduto dal grido Bougez pas ! (= Non muovetevi!). Il suddetto ragazzo ha protestato per la cosa e si è sentito rispondere: T'as qu'à te lever... (= Alzati, allora).

Durante il viaggio, mi è anche caduto un valigione sulla faccia (ora assomiglio vagamente a Scarface) e la clim' non funzionava (incredibilmente, faceva pure caldo).

Il treno successivo (quello per Saint-Cloud) era meno affollato, in compenso.
Solo che l'ho preso al volo, correndo dal binario 26 al binario 2 della gare Saint-Lazare... L'autobus che mi conduceva davanti al mio numero civico... lasciamo perdere.

Un altro pomeriggio da cani.


giovedì 18 settembre 2008

Battuta della settimana

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Foto rimossa per la privacy del soggetto ritratto
Romain e Mustang (photo by @rteJS)

Romain a me: Mamma, se rinasco, voglio essere un tuo amico.

(Sottinteso: non vali granché come madre, poco come moglie, ma come amica sei speciale)

Come la debbo prendere, come un complimento o una battuta sarcastica?
Ci faccio una risata su?
Ce l'ho fatta.



mercoledì 17 settembre 2008

Questione di ormoni?

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Affiche collée dans ma salle de bains (photo by @rteJS)

Io mica l'ho capita 'sta cosa: clicca qui.

Russel Crowe mi piace assai.

Daniel Craig per nulla.


Cliccare sui nomi per le immagini.

(Oggi compleanno del coniuge. Si pranza a Versailles)

martedì 16 settembre 2008

La donna romana d'oggi, ieri e domani

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Roma (photo by @rteJS)

La donna romana d'oggi assomiglia alla donna etrusca del IV secolo a.C.
Oppure a Livia Drusilla Claudia (vedi foto).
Vabbè, risaliamo nel tempo: alla Rosetta di Rugantino.
Più su: ad Anna Magnani.
La romanità femminile dei gorni nostri: Sabrina Ferilli.

Incipit a parte, vorrei spiegare com'è la donna romana.
Sto per lanciarmi nell'ennesimo stereotipo? Boh, speriamo di no.

E a chi interessa com'è, la donna romana?
A certi conoscenti/amici (maschi) miei che non capiscono certi modi di fare (= il temperamento) delle donne romane (tra cui si onorerebbe di appartenere la sottoscritta).

La donna romana è diretta. Pane al pane e vino al vino. Le cose non te le manda a dire. Ha un atteggiamento di istintiva diffidenza nei confronti del sesso maschile e il suo sguardo soppesa (vista la bilancia nei suoi occhi?) - disincantata - l'uomo che ha dinanzi. Disprezza i codardi, gli ommucoli; detesta i gradassi e i ghe-pens-mì.
Coi maschi, ama intrattenere rapporti di cameratismo asessuato. Non sbatte ciglia né allunga colli.

Ama gli uomini gentili purché non deboli; apprezza le qualità virili purché non sbattute in faccia.
Preferisce la prassi alla teoria.

Ha la lingua tagliente e la risata caustica. Spesso sopra le righe, prende in giro se stessa ma gli altri non lo capiscono. Se un uomo "si allarga" un poco, lo rimette subito a posto, ma si attende che lui sappia al momento giusto prendere in mano la situazione senza molte chiacchiere.
Ecco, non ama le chiacchiere (altrui).

È romantica, ma a modo suo - e in una maniera talmente atipica che difficilmente l'altro se ne accorge.
Sa piangere. Ma lo fa al riparo degli altrui sguardi.
Se è acciaccata dalla vita, come un gatto si ritira e si rifà viva quando le ferite sono state curate.

In amore, mette alla prova in maniera spietata il corteggiatore di turno.
Lo fa patire, sospirare, dice picche continuamente.
La sua "fisicità" passa attraverso la lotta.
Solo chi è veramente motivato, resiste alle sferzate che riceve e per questo motivo, la donna romana ha pochissimi corteggiatori.

Insomma: femminista ante litteram e "fregnona" intra muros.
Tutto nel segno dell'(auto)ironia.

Una canzone per ricordarla:

Roma non fa' la stupida stasera




La donna romana per antonomasia:




P.S. Per un ritratto della donna veneta, vista dalla mia amica Isotta, clicca qui

lunedì 15 settembre 2008

Joan Crawford, me la ricordo bene

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Joan Crawford, ovvero quella delle sopracciglione.
Sarà perché le mie sono rade e biondo cenere, che nelle foto manco si vedono.

Così, me la ricordavo dal film Johnny Guitar (clicca qui per la foto) del 1954, che però vidi molto tempo dopo (all'epoca non ero ancora nata). Mi faceva anche un po' paura, però... che volto!

Oggi pomeriggio che avevo 3 lavatrici da stirare (prodigio della sintesi), mi son vista il film per il quale ottenne il suo unico premio Oscar: Mildred Pierce. Stupenda.

foto prelevata dal sito www.britannica.com

A guardar l'album youtube qui sotto, in alcune foto neanche la riconosco:

A volte vorrei essere un oggetto...

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... come questo:



(photo by @rteJS)
Posted by Picasa

Copio e incollo

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Que sont-ils devenus, Kevin et Samantha ?

(Per la serie: toufécoupécolé. Ci capiamo in 3-4)

Troppo divertente.

Horodateur e carte monéo

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il parchimetro francese detto horodateur (photo by @rteJS)

Ecco, hai parcheggiato. Devi pagare lo stazionamento. Miracolosamente, hai trovato nel portafoglio monetine a sufficienza. Hai la fortuna di trovare anche un horodateur come quello nella foto.
Già, non stai a Saint-Cloud, in questo momento.


Stessa situazione. Solo che ora stai a Saint-Cloud.
E l'amministrazione municipale ha deciso che il 90% dei parchimetri non accetti più le monetine.

photo prelevata dal sito: http://moneo.net

Noooo, ora va tutto a carte monéo. Fantastico. Solo
che tu non l'hai.

Ecco, ora esco e vado in banca a ritirarla, ché l'ho fatta inserire nella mia carte bleue.
Ma si può?


C'est pas l'heure des chips

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caffè incolpevole ( photo by @rteJS)


Non è l'ora delle patatine

(Ma è l'ora dell'aperitivo)

L'ora delle patatine per un certo café di Boulogne-Billancourt (non quello della foto) è alle sette di sera.

La mia amica Isotta si mette di punta ad attendere le 19h e le richiede, le chips.

Il n'y en a pas, non ce ne sono.

E state sempre a lamentarvi dell'Italia, voi.


En attendant Iso...

Che il post, poi l'ha scritto. Clicca qui, è divertentissimo

sabato 13 settembre 2008

Non sono d'accordo.

13 commenti
Ouistreham, luglio 2008, ore 21 (photo by @rteJS)


È una vita che mi dicono che sono un cavallo al galoppo.
E invece sono un dinosauro.

Ricordo questo passaggio di un libro (Letto qui, un miliardo di anni fa):

Coloro che escono da una separazione possono essere o dinosauri dell'amore, con la mente cioè piena di ricordi; o cavalli al galoppo, e cioè persone che procedono indenni attraverso separazioni, matrimoni e convivenze. C'è chi è vincente e chi è perdente, chi sceglie di frequentare o non frequentare l' ex-partner.





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Leggete questo magnifico post di Stella
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Gadget per blog

5 commenti
Un chiosco di Caen (photo by @rteJS)

Se cliccate qui trovate tutta una serie di gadget da aggiungere ai vostri blog.

Si va dalla radio (potete sceglierne una - italiana - tra le più famose) all'oroscopo del giorno, dai programmi TV al dizionario on line inglese-italiano.

E poi i giochi, i quotidiani, youtube, il santo del giorno, la vostra data di nascita, le pagine bianche, i multitraduttori, le ricette e i film nella vostra città.

Gli orologi, i calendari, le indicazioni stradali. La classifica di calcio della serie A, le estrazioni del lotto. E così via.

È tutto offerto da google e facilissime sono le istruzioni.

(La vostra giornalaia di fiducia)


La fourrière...

8 commenti

In origine è così, la place Saint-Sauveur, sotto la mia casa di Caen. Un immenso parcheggio (a pagamento).
Non vado mai in auto, prendo sempre il treno, ma stavolta avevo gli esami e prevedendo l'ora tarda mi son detta: vabbè, saliamo in auto.
Appunto.

La mattina dopo, mi sono alzata allegra - canticchiando Dancing Queen -, stracarica di pacchi, sacche e sacchetti da caricare in auto. In vago anticipo per i primi esami della mattinata.
(Ho il pass per parcheggiare all'interno dell'università. Dalla finestra del 4° piano del bureau, posso persino vedere l'auto posteggiata, mentre interrogo i candidati...)

Esco e che cosa vedo? Quel che vedete anche voi, qui sotto:














MERCATO!

Il mercato settimanale che c'è ogni venerdì.
Sparite tutte le auto parcheggiate.
Che fine aveva fatto la mia?


Ovvio, questa:















Destinazione: la fourrière municipale (= deposito rimozione auto).

Caspita, tra 15 minuti ho i primi candidati, debbo correre a piedi, tornare a casa, depositare (abito al 4° piano senza ascensore) i pacchi, le sacche e i sacchetti. Alla fourrière penserò dopo.

Intanto, per strada penso alla procedura: commissariato di polizia (uno solo preposto al recupero auto), che naturalmente si trova lontanissimo dall'università. Poi alla fourrière che sta dall'altra parte della città (fuori, naturalmente. Come i cimiteri).
E poi pagare, pagare, pagare. Certo.

Come ci arrivo? E dove stanno?
Io non ho avuto una multa in vita mia, né mi hanno mai tolto punti...

Ma gli angeli esistono anche per me e si chiamano Christelle e (uso lo pseudonimo:) Véro.

Esami, telefonate di Chris (la segretaria del dipartimento d'italiano) alla polizia, automobile con incorporato guidatore (Véro) alla volta dell'espletamento formalità.

Sorpresa: mai conosciuta un'agente di polizia così simpatica e gentile (per giunta bella. Peccato sia una donna, io), che mi spiega il da farsi e mi regala una penna timbrata police nationale "en souvenir de cette journée" (ma non si potrebbe rimuovere, 'sta giornata, come la macchina?).

La fourrière sta per chiudere, mentre tra un bowling e un Carrefour (l'ipermercato) cerchiamo il deposito.
Addio a 96 euro, cui ne seguiranno altri 35 da pagare col timbre-amende.

Ritorno alla facoltà, un caffè, una chiacchiera e subito dopo di nuovo gli esami.

Mi siedo alla scrivania e dalla grande finestra rimiro la mia toyota blu, mentre ascolto il candidato dirmi che il boom economico in Italia non è mai esistito (ed io che c'ho fatto un corso semestrale sopra! Per il quale lo sto interrogando, proprio ora)...

Ridiamoci su.

Ma sì, You are the dancing queen, young and sweet.


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credits: le foto sono tutte prelevate da google

venerdì 12 settembre 2008

Mamma mia! Il film con Meryl Streep

2 commenti
Che fare a Caen in una serata solitaria e solatìa (eh, stiamo al Nord! Alle otto di sera c'è ancora il sole quando c'è. Stavolta c'era.) ?

Che domanda. Si va al cinema.
Poca roba, all'affiche. Ci sarebbe...

Beh, ci sarebbero Meryl Streep, Pierce Brosnan, Colin Firth e Stellan Skarsgard (ricordate Le onde del destino e il professore di matematica umiliato di Will Hunting?).

Uhm... un mezzo musical.
Mamma mia! (Oh, è il titolo).
Tutte musiche degli ABBA (di loro ho già parlato qui).
Che faccio?

Ma sì.

Confesso: nei primi minuti, ho pensato (in quest'ordine): Riferimento intertestuale all'Isola dei Morti di Böcklin, oddio so' andata a vedere un film per ragazzine americane, ammazza quant'è bella quest'isola (Skiathos, n.d.r.), però come è energica Meryl Streep... Ed è a partire da lei, da quel però, che ho cominciato a godermi il film.

Mi sono molto divertita.

Al solito, non racconto la trama. Metto uno spezzone giusto per un assaggio...

[Vabbè, un commento: film molto confortante per noi 50enni. Fa capire - a chi quest'età non ce l'ha ancora - quanta energia e fanciullezza insieme ci portiamo dentro. Per questo, esse straripano, riversandosi addosso a chi incontriamo (come ho avuto modo di dire stamattina: Chi mi conosce, mi evita). Qui ci vorrebbe l'occhiolino...]


Clicca qui per il trailer in italiano (ci sono anticipazioni)

Qui sotto, video "Money, money" cantata da Meryl Streep:


mercoledì 10 settembre 2008

Basta, esse ignoranti!: Testa o croce

6 commenti
E dopo il post di ieri, giusto per dissacrarmi un po', ne metto uno agli antipodi (adoro Nino Manfredi)

ABSIT INIURA VERBIS :

martedì 9 settembre 2008

Mary Higgins Clark o del riposo intellettuale

4 commenti
Per il momento ne ho letti solo tre (french version), ma già so che li leggerò tutti.
Ho iniziato - per puro caso - prima di salire su di un treno (il solito mio, Paris-Caen aller/retour), da sola, nel silenzio annoiato di un vagone.

Deux petites filles en bleu [Two Little Girls in Blue] è stato il primo, scritto nel 2006 da una lady (classe 1929) che ha capito assolutamente tutto dei meccanismi del thriller.
Parlo di thriller e non di giallo, né di poliziesco, anche se a ben guardare gli elementi degli uni e degli altri ci sarebbero tutti, nei suoi romanzi.

Facciamo un po' di ordine e cerchiamo di distinguere i sottogeneri.
Del giallo ha la qualità intrinseca primigenia (etimologica, oserei dire se non sapessi di convocare a sproposito l'etimologia): la nozione di passatempo. In fin dei conti, il giallo nasce così, prima che fosse nobilitato dai vari Van Dine, Christie, Doyle: per intrattenere i lavoratori statunitensi durante i loro spostamenti sui mezzi pubblici.

Non sono però - quelli della Higgins Clark - hard boiled (manca l'alto tasso di violenza) e nemmeno a suspense alla rovescia (come nelle storie del tenente Colombo. Lei non fa capire da subito chi sia l'assassino - che però è unico). I poliziotti ci sono (quantomeno, nei tre che ho letti) e sono fedeli servitori della legge, mai corrotti e sempre scrupolosi. Ma non essendo i protagonisti, non possiamo dire che si tratti di polizieschi.

Protagoniste sono le donne. Anzi, una tipologia ben precisa di donna. Ringiovanite (lo so, chiedo molto: chiedo al lettore di avere almeno 40 anni) la dottoressa Helen Russel di Spazio 1999 (ecco così): datele un carattere riservato ma non ostico, pudìco ma non passivo; immaginatela affascinante ma non bellissima, intelligente e razionale, con un pizzico di inclinazione al romanticismo ed avrete le protagoniste dei suoi romanzi. Tutte con problematiche familiari (sospese) alle spalle.
E poi ci sono gli uomini ( ma non dico altro, sennò tolgo il gusto della lettura)...

Il secondo è stato Souviens-toi (Remember, 1994) e il terzo (tuttora in lettura) Tu m'appartiens (You belong to me, 1998).

Ma torniamo ai meccanismi.
Aveva ragione Sciascia, quando scriveva a che cosa è dovuta "la principale ragione per cui un pubblico vastissimo, in ogni parte del mondo legge (sarebbe dir meglio consuma) romanzi polizieschi [...] : sgomento e fuga dei pensieri, meditazione senza distacco, come nei sogni" (Breve storia del romanzo poliziesco, 1988).

Insomma, in stato di tensione e di passività, il lettore è comunque rassicurato (non dimentica mai che lui non è personalmente e veramente coinvolto), e per questo stesso si lascia "prendere" dalla trama. La sua è una condizione di assoluto riposo intellettuale (cito sempre Sciascia) - sennò che passatempo sarebbe? -, ed è nel contempo in competizione con l'investigatore/autore del romanzo che legge.

E infatti, io pure (pure io!) sto con evidenziatore giallo, penna rossa e bloc-notes affianco a registrare tutti quegli elementi che mi sembrano indicatori (gli indizi!) di un qualcosa che mi servirà a dipanare la matassa - a sciogliere l'enigma - foss'anche una sola pagina prima della soluzione offerta nel libro.

Ho notato che talvolta la Higgins Clark è come Agatha Christie. Non è che imbrogli le carte come la collega britannica, ma di certo si diverte a omettere qua e là o più spesso a disorientare il suo lettore.

Uh, quant'è diventato lungo, 'sto post! Mi fermo qua.
E torno a leggere... Mary Higgins Clark.
Brava, però. E quanto.
(Lei sa come si racconta una storia).

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credits : immagini prelevate da google




Strani rinvii etimologici

5 commenti
La parola esiste da tempo immemore e deriva dal latino COLLÈCTA (< collectus < colligere).

Etimologia della parola *colletta* (clicca qui) a parte, il fatto è che
nel 1830, Giacomo Leopardi ottiene un solo voto per le sue Operette morali al concorso indetto dai Cruscanti.
Seppur conte, il nobile marchigiano non ha più un soldo per tirare innanzi.

Sicché, l'ex generale, ex giacobino, Pietro Colletta, sfuggito alla condanna a morte per ben due volte (l'ultima delle quali grazie agli Austriaci ch'egli aveva combattuto), amico di Leopardi e di Capponi, decide di lanciarsi in una campagna di sottoscrizione pecuniaria - una colletta, insomma - a favore del contino, tra gli amici fiorentini.

NOMEN OMEN.

Il nostro nobiluomo - nonché poeta secondo solo a Dante - restituirà l'anno successivo la somma avuta come prestito, grazie al compenso ricevuto per la pubblicazione dei suoi Canti.

È di nuovo in bolletta, ma il rapporto tra lui e il generoso patriota napoletano si è raffreddato.

E poi quest'ultimo morirà, nello stesso anno (1831).

Conveniunt rebus nomina saepe suis

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Etimologia a parte, questa storia mi è stata raccontata oggi dal coniuge davanti a una squisita salade au saumon, innaffiata da un rosé de Corse.



Credits: le immagini sono prelevate da google.
Quella di Pietro Colletta da wikipedia.it (user: immaculate); quella di Leopardi da www.ilquotidiano.it


domenica 7 settembre 2008

Rivedendo Qualcuno volò sul nido del cuculo

8 commenti
Il mio treno mi attende, ma prima voglio lasciare qualche nota su un vecchio film di Miloš Forman, che ho rivisto ieri sera, a distanza di oltre vent'anni.
Ricordavo poco: la fuga sul battello, il ragazzo balbuziente, "albergo, albergo/sigaretta, sigaretta" di Martini, la scena finale.


Bel film e bel romanzo (One Flew Over the Cuckoo's Nest: che volete, leggo quel che legge il figlio, di questi tempi). Con gli anni, l'ho sovrapposto con Risvegli, ma non è la stessa cosa.

[Nel film di Forman (nel libro di Ken Kesey), l'accusa è portata verso tutto il sistema psichiatrico, la struttura che si incarica di seguire i "malati". Nel film di Penny Marshall (tratto dal libro di Oliver Sacks), le domande sono portate sulle terapie, sulla bontà dei farmaci sperimentali nonché sulle ricadute psicofisiche sui pazienti. Ma il primo film è del '75, il secondo del '90.]

A dire il vero, non avevo mai capito il senso del titolo (né m'ero documentata). Che accidenti significava Qualcuno volò sul nido del cuculo? Le soluzioni sono più d'una (
clicca qui).

Vi lascio la scena finale: