sabato 31 maggio 2008

Kleist e Rohmer : La Marquise von O

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Bello, il libro di von Kleist (1808).

E bello, bellissimo, il film che mi son vista oggi [31 maggio 2008] di Eric Rohmer (1976, con Edith Clever e Bruno Ganz. Versione originale in tedesco con sottotitoli in francese) .


A parte l'aderenza assoluta con la storia del tedesco di Francoforte, a parte la fotografia meravigliosa che rimanda al neoclassicismo figurativo (un'opera d'arte solo quella), mi piace ricordare la frase finale del racconto/film:

Lui: "Giulietta, eravate pronta a perdonare a qualunque scellerato... perché non perdonare me, che vi amo?"

Lei: "Perché ... Non vi avrei visto come un diavolo, se alla vostra prima apparizione non vi avessi preso per un angelo."

Si noterà come Rohmer nel suo film ricorre continuamente a immagini pittoriche (Fussli, Caspar Friedrich per esempio)


















a proposito di Dovunque andrai...

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Ecco quel che ricevetti:

Sarò

Sarò il miraggio
sull'onda atlantica che ingannerà
il tuo sguardo regale.
Mi sentirai,
nel refolo di vento giocando
tra i ciuffi tuoi vari.
Sarò la schiuma
e l'alito vermiglio e la risacca
e l'ora di ponente.
Mi troverai
stampato a ogni passo e riflesso nella
coppa di vino rosso
affisso nella polvere di vetro
e intriso dal soffio salino.
Sarò sulle ali
del gabbiano sperso tra i fumaioli
delle nere navi
lente e rampanti alla deriva.
Sarò dovunque
stanchi i tuoi piedi si poseranno
sgranando i lunghi giorni
della speranza e dell'oblio.
Ti vedo già
sui candidi sassi marini incedere
lontana ma presente
d'un filo d'organza vestita
nell'incontro del rivederci
del prenderti e del perdermi
definitivamente.

giovedì 29 maggio 2008

Essere una persona qualsiasi può dare la felicità

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E fare in modo di regalarla agli altri.

Bande-annonce di Odette Toulemonde (2006, regia di Eric-Emmanuel Schmitt, con Catherine Frot, bravissima. Il film - francese - è ambientato in Belgio) :



Quasi lo stesso trailer in italiano:

La Défense

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Passeggiare alla Défense: mica facile.

Direi che aprioristicamente avevo deciso che non mi piaceva.

E invece.

(Nella seconda foto che ho scattato, mi pareva di essere dentro al film Metropolis di Fritz Lang).

Guarda qui:

Dovunque andrai...

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Mr. Vertigo.
Questo è uno dei tanti libri di Paul Auster che ho amato.

All'epoca (1994), non scriveva proprio nel suo stile inconfondibile (penso al Libro delle illusioni e alla Trilogia newyorkese, ad esempio), ma era già lui.

Di questo romanzo, serberò per me una frase, scritta su di un bigliettino, da Maestro Yehudi alla sua Mrs Witherspoon che sposerà un altro:

Dovunque andrai, ci sarò anch'io.

Forse perché è una frase che ho pronunciato e che mi son sentita pronunciare.

lunedì 26 maggio 2008

Premio 10 e lode

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Oggi Valverde (il cui blog è segnalato qui sulla destra) mi ha fatto dono dell'ambitissimo premio D eci e lode con la seguente motivazione:

"...per il suo blog meravigliosamente artistico , ogni volta che lo leggo mi ci perdo e le sue foto, i suoi scritti mi fanno sognare ! ( per me è il complimento più bello visto che amo sognare!) un bacio Fanny..."

e me lo sono "impecettato" qui a destra...

Grazie!

Ora lo debbo dare io. E so già a chi. Ma prima è d'obbligo riportare il regolamento:

_____________________

Ma che cos'è il premio "D eci e Lode"?
"D eci e lode" è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.

Come si assegna?

Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l'istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il "Premio D eci e lode" si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.

Le regole:

1. Esporre il logo del "Premio D eci e lode", che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E' un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore (nel post originario c'è il pratico "copia e incolla");
2. Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
3. Se non si lascia il collegamento al post originario già inserito nel codice html del premio provvedere a linkarlo (nel post originario c'è il pratico "copia e incolla");
4. Inserire il regolamento (nel post originario c'è il pratico "copia e incolla");
5. Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.

Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.

Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i "Premio D eci e lode" che vuole e quando vuole ( a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premato prima.

______________________

Assegno il premio

a:
Bartleboom
(blog: L'odore buono del faggio, linkato qui nella pagina a destra) per la qualità del suo scrivere e i sentimenti espressi nel suo blog, per la soavità e la profondità dei temi da lui proposti;


a:
Isotta (blog: isottanews, linkato qui nella pagina a destra) per la freschezza e la dolcezza del suo andare indietro nel passato (che poi siccome è giovane,
equivale all'infanzia o poco più), per l'aria sbarazzina e irriverente che circola nel suo bello scrivere.




Marte, il pianeta ROSSO

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Senza commento, tanto lo spagnolo si capisce. E poi, il video qui sotto si capisce ancora meglio...

Mustang (il mio beagle)

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Ma quanto è bello, lui, tutto disteso sul mio divanetto, col corpo sul telecomando, ad attendere carezze...

Non ho voglia di lavorare!

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E così, mi trastullo con gli Abba (dio, quanto li detestavo, quand'ero ragazza!).

Ho una montagna di lavoro da fare, domani e dopodomani lavoro in biblioteca e poi esami orali per i miei studenti no-stop fino a tardi. Ouf! Non li invidio. E, soprattutto, NON MI INVIDIO.


P.S. Di ritorno dagli esami, oggi 28 maggio: fatto! Interrogati tutti. Non lo dico mai, ma io li adoro, i miei studenti... (Anche se pare che faccia espressioni truci e che abbia una voce crudele, quando li interrogo*)

*A questo proposito, si veda:

http://isottanews.blogspot.com/2008/05/ce-lha-un-argomento-piacere.html


(c'è la mia caricatura di prof che interroga)


Cannes 2008 : Gomorra

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Gomorra di Garrone ha vinto ieri, a Cannes, il Gran Premio della Giuria. Il film è tratto dall'omonimo romanzo-verità di Saviano.

Non ho letto il libro, non andrò a vedere il film.

Peperoncini

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Ecco, stamattina è iniziata così, dopo una nottata a letto col Monuril.

No, il caffè non lo posso bere, e nemmeno potrei mangiare a crudo, prelevandoli direttamente dal barattolo, i peperoncini piccantissimi.

Ma va così, oggi.

domenica 25 maggio 2008

Pronto, CIM?

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Tutti giù per terra
, un film di Davide Ferrario, 1997 (con Valerio Mastandrea, Caterina Caselli, Carlo Monni, Benedetta Mazzini)

Battuta epocale:

"Ehm... I bambini nomadi non pregano all'inizio delle lezioni..."
"Sono musulmani, signora."
"Ah... Però, perché non pregano?"
"Perché è un'ALTRA religione."
"Eh, certo."
"Cosa vuole che facciamo?"
"Convertiteli".
"Provvedo subito."
[...]
"Pronto, il CIM, Centro Igiene Mentale? Sì... Volevo sapere... è possibile un autoricovero? Sì... So di essere malato. Sì..."

M'innamoro davvero (Fabio Concato)

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Fabius è un tipo in gamba.
E poiché lui è l'homo ironicus, metto un video col cartone animato...



(foto scattata da RenBond,
Arese, 15.12.2007)



E buon compleanno, Fabio, per il 31...


venerdì 23 maggio 2008

La frase

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"Qui è tornato l'inverno, piove da una settimana, piove sulle cose, piove su tutto".

Voglio vivere qui!

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Sì, proprio qui, nel quadro di Hopper.

Già mi vedo distesa sul divanetto rosso.

Ma anche con la schiena alla parete bianca, le braccia sulle ginocchia, a bagnarmi di quel sole, sentendo l'acqua marina muoversi più in basso...

giovedì 22 maggio 2008

Why? (Annie Lennox)

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Da tempo ho smesso di chiedermi perché. Ormai inizio le mie frasi con because.

Che talento e che fascino, Annie Lennox.

La clope (la cicca, la sigaretta) 2 video esilaranti in francese

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Le paroxysme, le paradoxe.

... Ouais, la clope. Quand je vois cette cigarette, je me dis : mais comment j'ai fait pour me passer d'un bonheur comme ça pendant autant d'années ? D'un plaisir comme ça ? J'suis tellement content, ça y est, j'ai réussi à commencer.

Alors, mes copains, ils en reviennent pas ; ils me demandent tous, ils disent tous : " Mais comment t'as fait, quoi ?... Comment t'as fait ? Nous, ça fait des années qu'on essaye de commencer la cigarette, on n'y arrive pas... Comment t'as fait ? "

Je dis, attendez, les gars... comment j'ai fait pour commencer la cigarette... 'y a UN MOT : la volonté, ok ?
Parce que toutes vos conneries
, genre : " On va commencer progressivement, aujourd'hui je prends une taffe, demain deux taffes, après-demain une demi-cigarette ", ou bien : " Ouais, dans une semaine je vais me faire coller des patchs pour m'habituer à la nicotine petit à petit..."
Mais tout ça c'est n'importe quoi, tu veux commencer la cigarette, si t'es un homme, tu te réveilles un matin, tu dis : JE commence et : TU commences !

Ah non,
j' te dis pas que ça a pas été difficile ; t'es fou, quoi ! Attends... Ah, bien sûr, au début, c'est super difficile : attends, t'as la gorge qui pique, la tête qui tourne, t'as la fumée qui te revient dans les yeux, t'es obligé de l'éviter... non... je te dis pas que tu vas sortir la fumée par le nez la première semaine... non, non. 'Y a des étapes, ouais, ouais, ouais... c'est tellement bon ! MON-ON-NA-IS. La classe...



mercoledì 21 maggio 2008

Quale farfalla...? (Al mio amore)

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Siamo per entrare in "Sliding Doors", amore mio.

Non ti preoccupare, sono con te.
Dice la mamma: "Si chiude una porta, si apre un portone". E lo credo da sempre anch'io.
Vedrai: andrà tutto bene.

Ti riporto qua sotto la teoria del caos o dell'effetto farfalla.

Chissà quale farfallina ha scombussolato i tuoi (e poi nostri) piani quinquennali. Andrà bene, lo ripeto: vedrai.

La teoria del caos nei media e nella fiction

Il termine "Teoria del caos" ha colpito parte dell'immaginario collettivo ed è entrata a far parte della cultura pop, insieme all'"effetto farfalla". Nella grande maggioranza dei lavori seguenti (ma non in tutti) la teoria del caos è rappresentata soprattutto come negazione del determinismo e/o in relazione all'effetto farfalla. Questo (inteso come l'influenza di fatti minimi sul corso degli eventi) era già rappresentato in un racconto di Ray Bradbury, "Rumore di tuono", pubblicato nel 1952 e quindi antecedente alla teoria. Questo racconto viene da taluni ritenuto tra i "precursori". [da Wikipedia]


Si veda il film "Sliding Doors", a questo proposito...


lunedì 19 maggio 2008

Aquarello di Toquinho

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Più che questa canzone, mi piaceva il lato B del 45 giri (introvabile su you tube)...



(E lui mi piaceva così tanto, che quando, nel 1987, mi fu presentato il fidanzato [messicano] - somigliantissimo a Toquihno - di una mia carissima amica, per poco non mi prese un colpo. Ma in nome dell'amicizia... lo cancellai da ogni pensiero. Mio marito ancora me lo rinfaccia. Oh, ma lui non esisteva neanche nei miei sogni, nel 1987!)

P.S. Mi ero sempre chiesta come facesse questo brasiliano a parlare così bene italiano. E ci credo: si chiama Antonio Pecci ed il babbo è molisano!

Marnie Bannister alias Satanik

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Giovanna D'Arco, Calamity Jane, Florence Nightingale... sì, sì. Diciamola tutta: il personaggio cui mi ispiro (innocentemente) e che mi circola nelle vene, è lei: Marnie Bannister, alias Satanik.

Fumetto (nero) creato negli anni '60 da Max Bunker e Magnus. Tutti, li lessi.

Tanto Marnie Bannister, la biologa, è brutta, umiliata, deturpata (a causa di un angioma) e vecchia, quanto la versione femminile del Mr. Hide che lei creerà è stupenda, bellissima e cattiva. Certo, più passa il tempo e più, ogni volta che finisce l'effetto del suo elisir, il suo volto assomiglia a un teschio...

I disegni sono meravigliosi ed i filmetti che ne ricavarono erano di serie Z. Nessun'attrice è mai stata tanto bella da avvicinarsi all'originale cartaceo (Forse, avessero preso Michèle Mercier...).

In bianco e nero, i suoi capelli sembravano a me biondi. Poi, una volta lo fecero a colori e vidi che era rossa.

Chissà se nella mia ostinata decisione di tingermi la chioma fulva non ci sia sotto sotto lei, la mitica (anti)eroina.

domenica 18 maggio 2008

Pa-pa-te-de-man-de : "Il est où, ton sac ?"

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Gad Elmaleh et le Grand Blond (le français de souche) : A l'aéroport.
J'adore.

Come dicono, certo che è una situazione kafkiana...

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Avete visto l'ultima scena (quella di Giacomo, al centro)?
Ecco, certe volte a me verrebbe proprio di fare la stessa cosa...
(Firmato: Kàfkian)

Chi non ha talento, insegna... (video)

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E lo dice Woody Allen,
e lo dice Tiziano Ferro...

Je finirai par m'y faire.

Video con immagini di Buffy, la tueuse, l'ammazzavampiri e uno Spike un po' vampiro e un po' no (di figliolesca memoria)

La festa della mamma

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Lo so, lo so: in Italia è stata l'11 maggio e in Francia sarà il 25.

Però stamattina il fioraio della catena di distribuzione Monceau fleurs, vendeva le sue meraviglie scontate e così mi son regalata rose bianche e pivoines (le peonie), i fiori che preferisco.

E un po' dopo e un po' prima, auguro buona festa alle mamme che leggono qui.

sabato 17 maggio 2008

Al Luco...

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Tanti anni fa, qui passavamo il sabato. Mattina o pomeriggio. L'altra metà del giorno finiva nel buio di una multisala (più spesso col tuo papà, a dire il vero).

Qui noleggiavo per te il veliero da spingere nell'acqua con una bacchetta di legno. Veliero che immancabilmente si perdeva nel bel mezzo della grande vasca.

Qui ti portavo a giocare al nostro buffo tennis (che poi era il volano) e qui ci accomodavamo per il cono gelato o la Coca-Cola.

Qui ancora, ti portavo allo spettacolo del tuo amato guignol, ché non te l'ho detto mai, ma piaceva anche a me...

venerdì 16 maggio 2008

Lo specchio parlante

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E poi arriva un giorno in cui, allo specchio, ti riconosci sempre meno.

E vedi. Vedi che ieri è stato cinque anni fa, forse sette.

Riflesso, dall'altra parte del vetro c'è qualcuno che ti assomiglia. Vagamente.

La pelle sta scendendo. Non c'è più stacco tra volto e collo. Una sottile - estranea - peluria aureola l'ovale. I capelli non stanno bene per più di due giorni di seguito. L'incarnato è sbiadito, opaco e c'è qualche macchia color caffellatte qua e là. Lo sguardo è stanco. Dei solchi sconosciuti attraversano la tua vita, dalla fronte fino agli angoli della bocca; un po' ovunque.

Ti dici: possibile?

Provvedi a truccarti. All'inizio.

Poi, semplicemente, ti specchierai senza che mai gli occhi incontrino quegli altri occhi, dall'altra parte.

giovedì 15 maggio 2008

Oh issa! (video Samuele Bersani)

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La belle dame sans merci (Keats) versione italiana

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Che cosa ti tormenta, armato cavaliere

che indugi solo e pallido?

Di già appassite son le cipree del lago

e non cantan gli uccelli.

Che cosa ti tormenta, armato cavaliere,

cotanto affranto e così desolato,

riempito è già il granaio dello scoiattolo,

pronto è il raccolto.

Vedo sul tuo cimiero un bianco giglio,

umida angoscia, e del pianto la febbre

sulle tue gote, ove il color di rosa è scolorito

troppo rapidamente.

Una signora in quei prati incontrai,

lei, tutta la bellezza di figlia delle fate aveva,

chiome assai lunghe, e leggeri i suoi piedi,

ma selvaggi i suoi occhi.

Io feci una ghirlanda pel suo capo,

e pur bracciali, e odorosa cintura;

lei mi guardò com' avria fatto amore,

dolcemente gemette.

Io mi stetti con lei, sul mio cavallo

al passo, e nessun altro vidi in tutto il giorno;

seduta di traverso modulava

un canto delle fate.

Lei procurò per me grate radici,

vergine miele e rugiadosa manna,

e in linguaggio straniero poi mi disse:

- Io t'amo veramente.

Nella grotta degli elfi mi condusse,

e lì lei pianse, e sospirò in tristezza,

ma i suoi barbari occhi io tenni chiusi,

con quattro baci.

Ivi lei mi cullò, sino a dormire,

e lì sognai: sia maledetto l'ultimo sogno

fantasticato lì sul declivio

del freddo colle.

Vidi principi e re, pallidamente,

scialbi guerrieri smunti, color morte erano tutti

e gridavano a me: - La bella dama che non ha

compassione, t'ha reso schiavo!

Le lor livide labbra scorsi nella penombra,

che m'avvertivano: - L'ampia voragine orrendamente

s'apre! - Allora mi svegliai, e mi scopersi qui,

sopra il declivio del freddo colle.

Questo è accaduto perchè qui rimasi

solo, senza uno scopo ad attardarmi,

pur se appassite fosser le cipree

e gli uccelli del lago non cantassero.


(traduzione dall'inglese di Rigo Camerano)


[P.S. Cito - perché di dovere - il sito da cui ho prelevato il testo inglese in versione italiana (è una bella traduzione), anche se non mi trovo nemmeno lontanamente in sintonia con le idee colà espresse]



15 maggio: la Festa dei Ceri

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(si sente in sottofondo il campanone).


Gubbio, la Festa dei Ceri, il 15 di ogni maggio (nella foto in bianco e nero, intravedo mio padre).

A quest'ora il Campanone ha già suonato. Coi piedi di chi si arrampica sul campanile laico a suonarlo.

Se non son matti, non ce li volemo, recita l'adagio popolare eugubino.

Eh già. Proprio così.

Riporto uno stralcio di un racconto (Sette chili di carbone al giorno) che scrissi sull'emigrazione, alcuni anni fa e di come gli eugubini riproponevano la Festa dei Ceri anche all'estero, in Francia, nella fattispecie.

E forza Sant'Ubaldo! (che detto da un'atea...)

“La nostalgia è una brutta bestia”, spiega mia madre Anna ad una me ragazzina che non capisce l’emigrazione. “Il periodo più brutto, lo capisci da te, era quando veniva maggio”. Questo lo capisco; eccome.


Anche per una come me che non è né nata né vissuta a Gubbio, che di Gubbio ha visto solo la facciata esterna, che ne ha amato solo i lati più belli e che ha fatto di Gubbio il suo posto delle fragole, c’è il richiamo della foresta, a maggio.
C’è la Corsa dei Ceri, a maggio. Il quindici. Come si fa a spiegarla? Sembra una cosa da scemi, a spiegarla. Bisogna viverla.

Che febbre si può comunicare raccontando che è una festa mezza religiosa e mezza pagana, che dura un giorno? Un giorno vissuto correndo appresso a tre macchine di legno verticali, di quattro quintali, che gli uomini portano a spalla e alle cui sommità ci sono tre statuette di santi, a simboleggiare le corporazioni dei mestieri, sant’Ubaldo per i muratori, san Giorgio per i commercianti e sant’Antonio per i contadini e gli studenti? E se poi dici che qui sono stati sempre tutti comunisti, o al massimo socialisti, chi vuoi che ti capisca? Tanto a quelli di Gubbio non gliene frega niente di spiegare ai forestieri. Quelli di Gubbio pensano che noialtri forestieri non sappiamo che cosa significa “portare il cero”, vedere il cero, sentirlo, capirlo.


Ma uno ce l’ha nel sangue o non ce l’ha. Anche a millecinquecento chilometri di distanza, dove vivo oggi, il quindici maggio il battito del mio cuore si arresta per mettersi al tempo del campanone, la campana laica del Palazzo dei Priori, messa in moto una sola volta all’anno, a metà maggio, a mezzogiorno, a colpi di piedi.


E’ il paese dei matti, Gubbio, no? Ma quale Gubbio? Quella che farà a meno dei suoi emigranti, che andrà avanti senza di loro?
Sgravata di tanto peso, Gubbio, ricca e brustenga, mastica ormai una lingua che sa di colline d’attorno e negli attempati francesi, che transumano d’estate a bordo di pacchiane Alfa Romeo dai fanali gialli, più non riconosce i giovani partiti alla ventura per un tozzo di pane. Quelli che tornano si sentono fuori posto, sempre e ovunque. Si sta bene solo durante il viaggio, in quel segmento che congiunge il luogo dell’esilio con quello della patria perduta. In quella linea dolorosa trova cittadinanza l’asilo sentimentale dei ricordi, dei sogni e delle speranze…

Brutta bestia, la nostalgia. Ecco perché mio padre, insieme con altri eugubini, si mette a trafficare con legno e accetta; ci pensa soprattutto un falegname di Gubbio, Peppe di Rocco che poi è il mio padrino. Abbozza le statuette, il cavallo di San Giorgio… Le donne comprerebbero volentieri le pezze gialle, azzurre e nere per farne delle camicie. E taglierebbero lunghe strisce di fodera rossa per le fasce da scivolare nei passanti dei pantaloni bianchi. Se solo ci fossero i soldi. E allora i santi si onorano col vestito buono, quello della domenica e basta.


E finalmente arriva, quel quindici maggio del cinquantotto, con mio padre a fare il capodieci dei santubaldari, insieme al suo ricciolo vagabondo, mentre gli altri che tengono sulle spalle il legno leggero si aiutano l’un l’altro a far sopravvivere il sogno surrogato, trapiantandolo qui, a Villerupt. Dove non c’è la discesa del Neri, né la piazzetta di Santa Lucia, dove soprattutto non c’è il monte Ingino ove riporre i ceri, a sera. Solo una larga spianata in pendenza.


Ma qui, adesso, c’è la vita, con le mogli a batter le mani e agitar fazzoletti, via ch’eccoli!, coi bimbi divertiti a correre appresso a te e agli altri – figli spergiuri che da grandi non spiccicheranno una parola d’italiano, francesi al duecento per cento –. Ci siamo noi, qui.


Ecco, volteggia il cero e se fai uno sforzo, Piero, nel disordine delle emozioni, puoi sentire il rintocco della campana, il profumo del maggiociondolo che si spande nell’aria frizzante del tuo paese, puoi sentire quella parte di te che non sarà mai.


La tua Itaca però ora è lontana, e la vita vera è in questo scalcinato paese che non profuma di niente, che ha le case nere ed una chiesa che sembra il residuo di un bombardamento, un paese
in cui non risuonano le risate, in cui l’unica musica a modulare la vita è una pioggia crumira, perché questo è il paese degli esiliati.

(solo con intenet explorer, con firefox, non funziona:)
http://www.ceri.it/ceri/diretta/index.htm



lunedì 12 maggio 2008

Ciao, Stefano (Non pensarci) trailer film

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Conferenza stampa (I parte), trailer (bande annonce) per la Francia (V.O. con sottotitoli), e poi il cast che parla :






Film consigliatissimo. La difficoltà di fare un film, la difficoltà di vivere la vita, la famiglia come punto di riferimento comunque.

domenica 11 maggio 2008

Il possibile altrove

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(Per F., che se n'è andato)


Se esiste questo possibile altrove, hai di già oltrepassato quella porta.

Tanti anni che non ti vedo F., ed oggi apprendo che da qualche giorno te ne sei andato da questo brulichio umano.

Vorrei dirti ciao, poterci credere, avere anch'io una speranza.

Ora ricordo di quando mi aiutavi in chimica ed io in italiano,
del giorno in cui mi portasti via la compagna di banco (diventata tua moglie nel tempo),
e ricordo la volta in cui ci vide mio padre per la strada, noi due insieme a passeggiare (e a parlar di chimica) e pensò che fossi un mio amorino,
e ricorderò per sempre l'eskimo verde che ti stava malissimo,
e poi un compleanno - il sedicesimo tuo -, che facesti in casa, col giradischi e i balli:
con me che pensavo al mio amore ungherese e tu ad L., la donna della tua vita (colei che ti è stata accanto fino alla fine, anche quando non era più la donna della tua vita).

E la canzone che amavamo tutti e due era questa:




sabato 10 maggio 2008

Ciò che ho scritto di noi (poesia di Hikmet)

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Ciò che ho scritto di noi

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

-
Nazim Hikmet

(Oh, come tutto ciò è vero...)

venerdì 9 maggio 2008

E insisto: non sono come sarebbe bene che fossi

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Insisto con gli Articolo 31. Ascoltare le parole, in senso antifrastico.

Io sono una rivoluzionaria alla rovescia: una brava ragazza, non c'è nulla da fare.

(Ma la canzone degli Articolo 31 è troppo divertente)

Cadono parole come pioggia (Articolo 31)

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e cadono parole come pioggia sulla strada (Articolo 31, "Domani")



E anche sulla mia città cadono parole come pioggia, oppure tanta pioggia neanche fossero parole...

giovedì 8 maggio 2008

Azalee blu

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Volevo mettere questa foto, ma non sapevo ancora che cosa avrei scritto.

Le ho guardate per un attimo, un solo attimo ed ecco: le azalee blu sono rare, io non ne avevo mai viste prima.

E subito il pensiero corre ad una persona giovane, fresca, frizzante, simpatica, preparata e profonda. Un'amica recente con la quale rido di cuore (anzi di più) due volte alla settimana, quando la vedo.

L'anno prossimo ti trasferirai e non percorreremo più insieme il tragitto che ci porta al lavoro, cara amica.
Azalea blu.
Isabella.

lunedì 5 maggio 2008

il personaggio Anna Magnani: la spietatezza romana

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Non occorrono parole.
(mi sento molto Anna Magnani)





Dai, vieni via con me (Paolo Conte)

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Ci sono giorni in cui sto lontana da tutti, e me ne vado in giro col mio vento dentro.

E altri giorni in cui, invece, a persone amiche, con un sorriso ammiccante, dico con gli occhi: Dài, vieni via con me...

Come foglia al vento.

domenica 4 maggio 2008

Aldo, Giovanni e Giacomo: il viaggio

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Per ridere un po'...


sabato 3 maggio 2008

C'è sempre un motivo

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Se grido più forte è per farmi sentire


BALAUSTRA

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Questa bella balaustra dalla Balbec proustiana per dire a chi legge (e mi ha rimproverata) che non ci saranno più racconti inseriti qui.

Ma sì, hai ragione: troppo lunghi, troppo pesanti. Noiosi.

Ho messo una balaustra: di certo, non riusciranno a oltrepassarla.



_____________-

venerdì 2 maggio 2008

MACRAMÉ (racconto di Jacqueline Spaccini)

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MACRAMÉ

Dedicato a Ivano Fossati


«Non siamo innocenti».

 

In questo modo, si chiudeva la lettera che Ivano aveva scritto al fratello Saverio, poco prima di lasciare le colline che gli avevano fatto compagnia negli ultimi mesi. Infilò la lettera insieme con qualche coltello e forchetta lavati alla bell’e meglio nello zaino, lurido e sdrucito, di tela militare. Richiusolo, passò la cinghia attorno alla spalla destra e uscì senza chiudere la porta; sbattendola e basta.
Guardò in direzione delle colline ondulate e incolte: un senso di pace, a dispetto di tutto, deformava il sentimento della sconfitta che serbava dentro, anche quella – come le stoviglie infilate poc’anzi nello zaino – non troppo pulita. I ciliegi bianchissimi erano in fiore.
«Ho cercato l’amore fin dentro il cuore di queste montagne. Ma non l’ho trovato. Ho persino scordato cos’è, l’amore. Non ho più pensieri da uomo; ho pensieri da cane».

L’ascoltavano le colline che gli erano attorno? Forse il vento s’era distratto per un attimo. Forse l’odore di polvere da sparo copriva tutto, fumigando anche il destino di quell’uomo partito in cerca di qualcosa che non ricordava più.
Ivano aveva addosso abiti che non avrebbero tradito il suo mestiere. D’altronde, non si sentiva nemmeno più un medico. Aveva finito per funzionare da registratore di cassa, e spesso da becchino, ma un becchino che non dà sepoltura ai morti. Le sue lacrime si erano trasformate in acqua risentita che si fermava là, sul bordo degli occhi, incrostandosi sulle ciglia, aride per natura. E i muscoli del collo erano corde amare.
«Mi sono guadagnato il basto del lupo in cattività. Sono sopravvissuto. Ma non c’è altro».
Laggiù, nulla è garantito, glielo avevano pur detto, quando s’era imbarcato nella folle impresa di fare il medico volontario in una guerra tra disperati. Ma l’idealista che si vantava d’essere, era voluto ugualmente partire. Per stare con la coscienza a posto, s’era detto. La coscienza! Un lusso, tra quelle colline innevate di fiori che non si accordavano, stolidi, col tempo. L’aveva detto lui che il tempo presente non valeva niente, no?; anzi, l’aveva persino annotato: questa storia è inabitabile e il suo tempo non vale niente.
Ora gli restavano i fremiti alle dita, come unico residuo di coscienza. Il medico-poeta, dicevano gli amici. E lui, le sue poesie tedesche e americane le aveva ficcate nello zaino e portate con sé. Ma a che servivano? C’entrava qualcosa Celan con le siringhe sudicie di sangue, le scarpe infangate, e il pane intriso di terra quando c’era il pane?



Sbagliato. Dire che si è partiti per idealismo, è una bugia.
Era partito per Selima, per ritrovarla, per salvarla. E salvare se stesso con lei. Ma l’amore non salva, l’amore si perde. E lui il suo amore l’aveva perduto nel momento in cui era riuscito a penetrare nella casa di lei, all’unico strambo indirizzo che aveva.
L’aveva perduto nell’attimo in cui ne aveva visto il corpo riverso su un letto immondo di sperma e di sangue, un corpo coperto di sperma e di sangue. Aveva distolto lo sguardo, allora. Non aveva ancora visto tutto quello che avrebbe visto dopo; un ventre aperto con le viscere a scivolare fuori, aveva ancora il potere di farlo vomitare, allora.
Finita la donna in quel corpo immoto e devastato. Finito l’amore.

Nelle ore successive, s’era ritrovato seduto in una kavana dai vetri infranti o assenti. Il tempo era già passato, il tempo passa sempre – con o senza di voi – e quando si risvegliò dal torpore, Ivano si ritrovò davanti una brodaglia nera e terragna che chiamano caffè. Gli tornavano alla mente lunghi istanti di sesso in germoglio, il suo amore arroventato tra le gambe della giovane donna. «L’amore va consumato, contemplato, l’amore va trasudato e comandato», diceva a lei cercando becere rime da organista ambulante. Ed ora gli sembrava che tutto, nelle sue parole, annunciasse il presagio di un destino infame. Nuvolaglia incipiente, avrebbe detto il poeta da strapazzo ch’era stato. Non s’accorgeva nemmeno che le sue labbra masticavano ormai una poltiglia di terra nera, e che aveva fatto a meno dello zucchero per quel suo insulso caffè. Selima, Selima, Selima Selima, Selima, Selim, Sel…



Scivolo come le nuvole di notte, disattento, si mise a scrivere. E riprese: Da occidentale, le cose, mi incantano, in dissonanza…
Si interruppe per guardare in alto le stelle che brillavano fortissime e foltissime.

Qualche stella aveva il rumore dei caccia.

Richiuse il quadernetto nero a righe grandi.
«Qui i sogni non esistono. L’amore sprecato… Dio non esiste. Ma non lo scriverò nel mio taccuino. I poeti cantano la vita, non la sua assenza».
Ivano aveva preso a non accorgersi della pioggia che cadeva incessante. Era stanco. Tanto stanco. Di se stesso, della vita, deluso di non credere più nella sua illusione, nel suo senso nascosto. Ma la pioggia continuava a cadere ostinatamente ed anche uno che non si accorge più che in quei posti piove sempre, alla fine si alza, lascia la postazione. Va a cercare il caldo. Se ne frega del resto.

Estroverso, Ivano non lo era stato mai, anche se ingannava piacevolmente se stesso e gli altri, grazie a un carattere espansivo, sopra le righe, pronto a farsi il buffone di tutti, per non accorgersi del silenzio che gli mulinava imperterrito dentro.
«Ehi, Cortesi, racconti pure a noi la trama del film americano che hai rifilato ai ragazzini del campo?»
Beati ragazzi, partiti volontari, come lui, giovani medici senza esperienza (un po' di guardie mediche, qualche incarico mal pagato in cliniche private o giù di lì), ma con una gran fortuna: in quel paese, non cercavano nulla. Una volta, uno di loro, un toscano, gli aveva detto:
«Dai, Cortesi, l’amore dura quello che deve durare. Non prendertela troppo per quella ragazza; di donne è pieno il mondo».
«Come un orologio falso americano, insomma», aveva replicato lui.
«Ma come parli, santiddio? Oh, Cortesi, qui siamo in guerra, mica in un libro di poesie».
«Già… lascia perdere, vaneggio», gli disse di rinvio. Difatti, Ivano faceva ormai fatica a ricordare per davvero Selima e il loro amore. Non riusciva a mettere a fuoco. Bagliori, tutt’al più…

Tutti i giorni, tutto il giorno, aveva da visitare donne, bambini (dio, quanti bambini!), vecchi, qualche uomo; brandelli di corpi e di coscienza che passavano quotidianamente sotto le sue mani, distrattamente. Come fossero un unico grande corpo. Decisamente non era fatto per il mestiere di missionario, concludeva lui. E forse neanche per fare il medico: un medico ha speranza, o perlomeno fiducia nelle sue possibilità. Un medico non si arrende, un medico non si rassegna, non abbassa le braccia. E allora che cosa lo tratteneva ancora lì, perché non rientrava in Italia, a Roma? Qualche volta se la prendeva con Dio, anche se non ci credeva lui, nell’esistenza di Dio. Ne parlava come per una vena di dispetto con un frate autoctono, quasi sempre in quel breve attimo in cui l’orizzonte si tinge di viola:
«Padre Damir, che combina, il tuo dio?»
«Lascia fuori Dio da questo orrore che è roba da uomini, Ivano», gli aveva replicato l’altro, in un accento che al giovane medico suonava curiosamente veneto.«Eh già, voi uomini di fede la fate sempre facile; tutta colpa del libero arbitrio, no?»
«Ivano, ma cosa cerchi? Se accetti un confessore ideale a farti da controcanto, io sono qui. Se vuoi sentimento, io ho sentimento e tempo per il tempo. Anche per il tuo».
«Il tuo cuore è puro, padre, ma non posso dire altrettanto per i tuoi compatrioti».
«Io sono figlio del cielo e di Dio, Ivano. Ed anche tu, sei più umano di quanto voglia dare a vedere. Te lo ripeto: cosa cerchi?»
«E chi lo sa, amico mio, chi lo sa? Forse solo un po’ d’amore».  Si interruppe, poi riprese:  «Me lo dici tu, dove lo trovo un po’ d’amore in questa terra disertata persino da dio?»
«Guarda nel tuo cuore, Ivano. Guarda nel tuo cuore. Be’, ora vado… E’ l’ora dei Vespri».
Andandosene, non dimenticò di voltarsi, salutando come si conveniva a un francescano:
«Pace e bene, fratello».
«Pace e bene a te, padre Damir».



Intanto, i medicinali arrivavano dai soccorsi internazionali sempre più spesso con date scadute. Non solo la vita dei diseredati del campo scorreva in un tempo come sospeso, lasciandoli estranei a se stessi e al loro destino, ma la vita stessa del dottor Ivano Cortesi scorreva, per nulla sfolgorante e in tutto distruttiva.

Un’esistenza sospesa la sua che non lo trovava da nessuna parte, sordo ormai persino ai bombardamenti fattisi un poco più distanti. Un’esistenza provvisoria.
Ivano ripensava spesso, nelle aurore che seguivano ad albe d’un bianco opaco, sporco come il suo camice che nessuno si curava di lavare, ad altre albe, luminose e terse albe romane, che accendevano la sua stanzetta in una strada intitolata a due santi, dove nessuna spada straniera saliva a turbare i suoi sogni di studente.
«Quanto amore sprecato. Quanto cose, nel mio passato, sono a poltrire nella coperta del nulla… Solitudine beata, amori volontari… Altro che guerra e morte, sangue, poltiglia di carni, viveri indecenti, pioggia mista a fango, disgusto… Che dispersione, la mia giovinezza!»
Si guardò le mani e ripensò al tempo in cui erano leggere come l’ombra e non chiedevano altro che vergare, intrepide e felici, blocchi di fogli bianchi.
«E intanto il tempo passa e non ho trovato niente di meglio nella mia vita che rinchiudermi in questa fossa di dannati. Tornare a Roma… No, non ancora».

Era in quei momenti che Ivano si metteva in macchina, una sorta di jeep sgangherata, e prendeva a correre, a tavoletta, per i sentieri non più asfaltati e pieni di buche ricolme dell’acqua fangosa di quella terra. Il paesaggio gli scorreva accanto, placido e come immemore. Mentre il cuore sussultava, gonfio di rancori insopiti, gli alberi lo salutavano e la radio parlava in una lingua di cui lui percepiva mozziconi di frasi, declamazioni nazionalistiche, bollettini di guerra che si depositavano gli uni sugli altri come le cicche delle sue sigarette forti, di un tabacco straniero che non gli riusciva di apprezzare.
Non gli sembrava neanche di guidare: era come se galleggiasse nel ventre materno. Certe volte lo aveva urlato al silenzio immoto di laggiù – terra senza vento – quel nome di madre, come fa un bambino quando ha paura, come fa un uomo quando sta per morire.

Un brivido lo percosse: non faceva freddo, solo che, cazzo… che senso aveva la sua vita? Cercò sul sedile di destra il quaderno nero e meccanicamente cominciò a rallentare la jeep. Gli serviva una Bic, ne aveva una nel cruscotto, fermò la macchina. Un verso gli si agitava nel cervello dalla mattina: perché non spiegate tutto, perché non confortate, parole
Il resto venne, faticosamente, da sé. Ivano scriveva nervosamente:


Perché non spiegate tutto, perché non confortate, parole

che compagne m’eravate, quando le emozioni diceva il mio volto di bimbo?
Ora che siete solo immondizia del dolore, ora
abbandonatemi.
Non voglio più ingannare la verità né più usarvi come
armi.
D’altronde piegarvi al mio affanno di vita
non voleste mai.
Altro non chiedo che anestetica afasia:
sono stanco di rincorrervi.

Strappò sbadatamente il foglio in quattro parti, dopo averlo riletto: versi da donna, neanche originali.
Riavviò il motore, dette gas e accelerò con una profonda amarezza nel piede destro.

Forse era finalmente tempo di rientrare a Roma, ma il cielo sopra di lui non dava tregua. Stava per rimettersi a piovere, Ivano aveva da ultimare una lettera a suo fratello Saverio e le nuvole della notte iniziavano di nuovo a scivolare.



(Il racconto è stato pubblicato da  «Graphie», Cesena, Anno IV, n.1, marzo 2002)
tutto le foto qui riprodotte sono di Jacqueline Spaccini

(e ovviamente, i versi da donna sono i miei)

Perdere il proprio tempo

2 commenti

Io perdo tanto, tantissimo, tempo.

C'è chi dice che non viva nel mondo reale, bensì in quello virtuale.

Non è completamente vero; vivo nel mondo reale e faccio tutto (o quasi) quel che dev'essere fatto. Poi, mi riservo uno spazio tutto mio e in cui faccio solo quel che voglio.

Come scrivere o scattare foto, per esempio.

Perdo tempo? Forse.
Sarà che sono ostinata.



Anneau d'Or 2008

5 commenti

Anche quest’anno s’è riunita la Commissione per attribuire il premio Anneau d’Or (coppia dell’anno).

A insindacabile giudizio, la Giuria ha attribuito il premio ad un’opera prima, una coppia giovane ma già con solidi progetti di vita futura.



Pertanto, i vincitori del premio Anneau d’Or 2008 sono:

Anna e Francesco.



La Giuria ha riservato un premio speciale, istituito a partire da questa edizione, alla coppia evergreen, un riconoscimento alla “carriera”, diciamo.













I vincitori del premio Ginger e Fred sono:

Marco e Pascal (finalmente pacsati)

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Congratulazioni ai premiati!