domenica 6 luglio 2008

Quel che Woody Allen sta raccontando da quasi vent'anni

N.B. Cliccando sui titoli dei film sottolineati, si apre video
youtube con un estratto del film in questione
(versioni in varie lingue)

Che c'entra Woody Allen con il capolavoro russo?

Tutto ha origine (se ha origine) dal romanzo di Fedor Dostoevskij,
Delitto e Castigo (1866).
Rodiòn Romanyč Raskòl'nikov ne è il protagonista, un giovane pluriomicida. D'altronde, se lo spettatore lo dimenticasse, ci sarebbero le citazioni o le copertine del romanzo all'interno di almeno un film a rammentarlo. Ma andiamo per ordine.

In che cosa consiste la grandezza di questo romanzo? In fin dei conti, racconta la storia di un pluriomicidio. Ma non è un giallo. E' scritto bene, certo, ma tanti libri son scritti bene.
In Delitto e Castigo c'è una novità (per quanto, se andassimo a rileggere Edipo Re...): il colpevole attende di essere scoperto. Vuole essere scoperto. Il giudice Porfirij Petrovič lo sa e lo favorisce nella confessione invece di accusarlo direttamente.
Soffre il giovane, che credeva di poter bellamente e impunemente (perlomeno, non aveva preso in conto la sua coscienza) perpetrare l'omicidio di due persone...

Ma eravamo nell'Ottocento. Ed esisteva ancora il timor Dei.

E veniamo a Woody Allen.
Ci aveva fatto sorridere col suo umorismo tutto giudaico-ateo-newyorkese (escludendo il bergmaniano Interiors e forse - dico forse - Un'altra donna).

Poi, fulmine a cielo quasi sereno, arriva

Crimini e misfatti (1989), dove il perno della storia ruota attorno alla nozione di delitto perfetto, "un soggetto per un film", dirà il protagonista Martin Landau. E si precipitano, direi accorrono, il senso di colpa e il timore della punizione divina. Qui, Landau è a un millimetro dal confessare il suo delitto alla polizia, ma poi, come dice lui stesso, "un mattino la sua crisi si è dissolta: si accorge che non viene punito, anzi, prospera. L'assassinio viene attribuito ad un'altra persona ed ora è libero, nel suo mondo protetto di ricchezza e privilegi [...]. Certo, vive qualche brutto momento, ma passa".
Woody - coprotagonista- è esterrefatto da quello che gli viene confessato (sotto forma di racconto fantasioso) e dice che in questo caso sono "le peggiori convinzioni a concretarsi", che "sarebbe duro per un uomo vivere con un peso del genere sulla coscienza". Ma Landau cinicamente lo rassicura, giacché "nella realtà, noi neghiamo o non potremmo continuare a vivere". E la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità (costituirsi, confessare) è cosa che va bene nella fiction, ché "l'universo è (leopardianamente, aggiungo io) indifferente".
Il colpevole non soltanto la fa franca, ma vive pure bene.

Tre anni dopo, Allen gira

Ombre e nebbia (1992), c'è il mostro, la situazione kafkiana dell'innocente che rischia di fare da capro espiatorio. Il film viene lodato per la fotografia e tante altre cose, ma il vero soggetto (l'omicidio e i suoi effetti) passa inosservato.

Woody ci riprova l'anno successivo, ma la butta sul ridere. E' la volta di

Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Qui, tutti sanno chi è il vero colpevole ed i protagonisti - detective improvvisati - si dannano per provare a far luce e smascherare - per poi inchiodare - l'omicida. Si fa il verso a La finestra sul cortile, blablabla. C'è il delitto e c'è il castigo. Ma non c'è la pena (= la macerazione interiore) dell'assassino (che vivrebbe benissimo senza quei due rompiscatole di Woody e Diane).

Parecchi movies dopo, Allen fa sul serio. Riprende il personaggio di Landau. Lo fa più giovane, più (si fa per dire) attraente. E traspone - almeno in parte - Delitto e castigo (nel film, Chris lo sta leggendo): infatti, Jonathan Rhys Meyers (Chris) uccide due persone, due donne. Soltanto che quel che nel romanzo è reale (a scopo di rapina, Raskòl'nikov uccide una vecchia e una ragazza, sorella minore della vecchia, che si trova nel posto sbagliato, nel momento sbagliato), nel film diventa la ricostruzione fallace di Scotland Yard. In realtà, la vittima per sbaglio è il vero bersaglio dell'omicida. Sto parlando di

Match point (2005). La tesi è che è tutta questione di fortuna o quantomeno della quota di fortuna che la vita ci dà in dote: paragone col tennis, "la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Si vince oppure si perde". Qui va tutto alla rovescia, la palla (la vèra) cade dal lato sbagliato, ma salva il protagonista. Che probabilmente vivrà benissimo - tra qualche mese - come il più navigato Landau.

Il film piacque, ma Woody non rinuncia a darne ancora una versione, stavolta più farsesca. Gira allora


Scoop (2006), convocando il bel Jackman, che stavolta non riesce ad ammazzare Scarlet Johansson, la quale si prende la rivincita e incastra lui. Nel frattempo, però Woody traghetta tra i morti. Insomma, il bello, ricco e colpevole la farebbe franca se non ci fosse un intervento dall'aldilà (il giornalista).

E poi c'è il film più cupo, dello scorso anno, uscito in Italia col titolo Sogni e delitti, ma io l'ho visto in originale e allora traduco il titolo con

Il sogno di Cassandra (2007). Qui c'è un delitto su commissione familiare. Tanti rimorsi per Colin Farrell, ma la vita continua. No, stavolta no. Perché chi ha deciso di pentirsi (Ewan Mc Gregory), poi muore e chi invece non voleva uccidere, uccide.

Questo è quel che ci sta raccontando Woody da vent'anni: nella vita non esiste compensazione, giustizia, pena, né castigo. La vita non ha senso. Si può fare del male e vivere come se niente fosse.

Ed io allora mi chiedo se Allen non sia un Raskòl'nikov in attesa del giudice. Se non abbia già confessato. Che cosa, lo ignoro.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Una pagina bellissima Ci sarebbe materia per un saggio. Chissà qual è la colpa che Woody vuole confessare. O forse sì: quella di essere. Gabe

Bartleboom ha detto...

Tesi molto molto suggestiva e interessante