sabato 19 marzo 2011

Zeppole di S. Giuseppe (ricetta con foto)

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ZEPPOLE DI S. GIUSEPPE DI JACQUELINE


Oggi è la festa del papà. Fondamentalmente sono almeno 15 anni - se non di più - che ogni 19 marzo penso che se stessi in Italia potrei mangiare i bignè di S. Giuseppe. Fritti, naturalmente.

Ieri ho visto nella bacheca di una mia ex-studentessa di Erasmus, Elisa (bravissima tra l'altro), la foto delle zeppole da lei preparate. Le ho chiesto la ricetta e lei mi ha detto di aver seguito quella - VIDEO - di giallo zafferano (clicca qui). 

Io non ho avuto buone esperienze con i video di GialloZafferano, ma Elisa mi ha detto che la ricetta era buona e allora l'ho seguita anch'io. Con qualche differenza e qualche osservazione da dare a chi volesse ripeterla.

Gli ingredienti sono gli stessi. Giallozafferano dice che sono per circa 15 zeppole. 
A me ne sono venute 13 e piccoline (anche per colpa della MIA tasca pasticcera).

Cominciamo con:


1. INGREDIENTI PER LA CREMA PASTICCERA
  • 250 ml latte fresco intero
  • 3 tuorli
  • la scorza grattugiata di 1/2 limone
  • 30 g di farina
  • 60 g di zucchero
  • 1/2 bacca di vaniglia
Ognuno ha il suo modo di preparare la crema pasticcera. Io l'ho fatta così: 
ho unito i 3 tuorli allo zucchero, mescolando con una forchetta (niente frullino elettrico per questa ricetta! Tutto a mano) in una ciotola, poi la farina e un po' (poco poco!) di latte freddo per agevolare la fluidità dell'impasto. 
Intanto, il resto del latte va sul fuoco con la mezza bacca di vaniglia (tagliata in senso verticale per liberare i semini). Ci grattugiamo sopra la scorza del mezzo limone. Facciamo riscaldare dolcemente, sennò la crema si attacca alla base del pentolino e bisogna buttare tutto e ricominciare daccapo. Siate pazienti. 
Non faccio bollire il latte, tolgo la mezza bacca e verso il latte un po' intiepidito  (non l'ho filtrato) sul composto di tuorli zucchero e farina nella ciotola. Mescolo tutto insieme e poi verso di nuovo nel pentolino. Dolcemente (se avete la piastra del gas a induzione, la posizione è 4), girate girate girate (una faticaccia, 'ste zeppole). Poi quando è abbastanza denso ma ancora un po' fluido, spengete e versate il tutto in un contenitore basso. 
Metteteci sopra il domopack e mettete in frigo a raffreddare. 
Vi metto la foto:

Adesso passiamo all'impasto per le zeppole


2. INGREDIENTI PER L'IMPASTO DELLE ZEPPOLE
  • 250 ml di acqua
  • 70 g di burro (tagliato a tocchetti)
  • 3 uova intere
  • 150 g di farina
  • 40 g di zucchero 
  • la scorza di 1 limone
  • un po' di sale
Sulla piastra del gas e in una pentola di acciaio, metto l'acqua col burro, quando il burro è fuso e tutto bolle, spengo. Aggiungo un pizzico di sale. 
A fuoco spento, getto dentro la pentola tutta la farina e con il cucchiaio di legno giro e giro. 


Diventa tutto come una palla. Rimetto per poco sul fuoco (posizione 4) per addensare meglio. Poi spengo e lascio intiepidire.

In una grossa ciotola, riverso l'impasto e aggiungo zucchero e la scorza di limone grattugiato. Aggiungo un uovo intero alla volta e aspetto che sia ben integrato all'impasto prima di mettere il successivo. Metto la foto del primo uovo:


E fin qui tutto facile, solo un lavoro di braccia.
Il difficile viene ora. Tutto dipende dalla tasca pasticcera (le sac à poche) che avete
La mia fa schifo, quindi ho faticato molto a non far uscire impasto (e successivamente la crema pasticcera) dall'alto, dal basso, a non far cadere la bocchetta zigrinata (perché dovete pure azzeccare la bocchetta! Prendetela grande, non piccola come la mia). 
Partite dal centro e fate come una spirale (vi consiglio di seguire il video).
Comunque, una cosa intelligente è stata quella suggerita dal video giallozafferano: il ritaglio di carta forno sulla placca del forno imburrata. E poi far scivolare la zeppola con tutto il ritaglio di carta forno (da togliere dopo qualche secondo) nella padella con abbondante olio di semi fumante.




Controllare bene la frittura. Non esitate a rigirare le zeppole per farle cuocere anche all'interno:


Ora si mettono a riposare in un piatto con carta assorbente. Aggiungere un po' di zucchero a velo attraverso un passino.


Aggiungete la crema (sempre con la tasca, stavolta per fare prima non ho messo la bocchetta).

Sopra a tutto ho messo delle amarene snocciolate e sciroppate, le griottes dénoyautées au sirop (clicca qui). Ecco le foto finali. E credo che ci penserò bene prima di rifarle. 



Anche se debbo dire che sono ottime.
Anzi, lo erano.

venerdì 11 marzo 2011

Impressioni di mezza strada

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Camminavo con un sacchetto pesante sulle spalle. 
L'ho aperto e dentro c'era solo aria.

domenica 20 febbraio 2011

Siate felici

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photo Jacqueline Spaccini ©2011

Siate felici e se qualche volta la felicità si scorda di voi… voi non scordatevi la felicità!

(Roberto Benigni, Festival di S. Remo, 17.02.2011)


P.S. Volevo mettere la foto di Benigni sul cavallo bianco con la bandiera italiana, ma la sola apertura della foto su google immagini, mi ha regalato 9 virus sull'hard disk, che sto tentando di sopprimere

mercoledì 16 febbraio 2011

Sorprese da Londra

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GIORGIONE, The Sunset, London, National Gallery

La sorpresa più bella che mio figlio potesse farmi: mandare (un attimo fa) un sms per dirmi che sta davanti al Tramonto di Giorgione. Dopo anni di: «io al museo non ci vado più, con tutti quelli che mi hai fatto vedere...» (tra cui la National Gallery londinese).

Più che un tramonto a me pare un'alba. Di un nuovo giorno (come diceva quello).

venerdì 11 febbraio 2011

Gli uomini di UPAS

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il Fedifrago
Ma che hanno gli uomini di Un Posto Al Sole?

Sono innamorati, innamoratissimi,  e ciononostante basta che la loro donna abbia un raffreddore, si assenti un attimo o giri la testa e hop! la tradiscono.

ROBERTO FERRI (Riccardo Polizzy Carbonelli) E GRETA FOURNIER (Cristina D'Alberto)

La ex-cattiva Greta, esasperata dal fare di Roberto Ferri (che pure le aveva giurato profondo amore), partita da sola per Parigi torna indietro perché non vuole lasciare  "il suo uomo" in un momento di difficoltà e che cosa trova? Lui che sta facendo sesso sulla scrivania di casa con la sua avvocata di fiducia. E si arrabbia pure, Ferri, con Greta, e proprio non capisce perché lei faccia tante storie, in fin dei conti era solo per rilassarsi, solo sesso.
 

ILARIA (Francesca Perini) e FILIPPO (Michelangelo Tommaso)
Filippo (figlio di Roberto Ferri) cede alle avances di una sua impiegata (oh, basta poco, c'hanno una resistenza, 'sti uomini, che manco la cera accanto a una torcia), naturalmente è per l'occasione innamoratissimo - nonché enormemente preoccupato per la salute della sua amata Ilaria - e non solo ci va a letto (con l'impiegata), ma quando non sa più gestire la situazione (la tizia rompe), hop, la fa "promuovere" e trasferire in un altro reparto.

D'altra parte, come dicevano i latini?, Qualis pater, talis filius.

Speriamo che almeno nella vita di tutti i giorni, i maschi italiani siano un po' meglio.

(Se poi non conoscete le storie di Un posto al sole, non posso farci niente)

sabato 5 febbraio 2011

Le Flamenco et Moi

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Photo by Jacqueline Spaccini@2011

Dal mese di settembre seguo un corso di sevillana che (non è, ma) assomiglia parecchio al flamenco.

Non sono bravissima, anche se mi appassiona assai. Il problema è che non mi intendo affatto con il mio insegnante franco-sivigliano.

Io non sopporto lui e lui non sopporta me.
Quando decide di fare coppia insieme è una vera sofferenza per tutti e due.


venerdì 4 febbraio 2011

Ho sbagliato mestiere

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Ho sbagliato mestiere.
Non dovevo fare la professoressa, dovevo fare la confessora laica (= la psicologa).

sabato 29 gennaio 2011

Scoop 2: il sospetto si fa sempre più forte.

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Me l'hanno cambiato. Secondo me, gli extraterrestri l'hanno rapito e al suo posto hanno lasciato un clone che si muove, parla e pensa come lui, ma ha qualche ingranaggio che non funziona perfettamente.



Stasera a cena.
Lui: «Ma queste clementine non sono più come una volta...»
Io: ... «(?!?)»

Io: «Be', ti deve piacere il gusto del mandarancio..
Lui: «Che c'entra, scusa?»


Io: «Magari preferisci il mandarino»
Lui: «Ma le clementine sono mandarini!»

Io: «Le clementine sono mandaranci!»
Lui: «Macché, scusa, vuoi che non sappia distinguere un mandarino da un mandarancio?»

Io: «Mi pare evidente.»
Lui: «Guarda, ne sono sicuro. Clementina = Mandarino. Guarda pure su google».

Io: «No, guarda il frutto. Com'è il mandarino, così?»
Lui: «No, che c'entra. È più giallo, più basso, più largo...»

Io (quasi fiduciosa): «... E allora???»
Lui: «E allora questo è un mandarino francese».


 (Dopo un po')
 Lui: «Guarda che ora no, ma prima la facevo sempre io, la spesa! Che vuoi che non sappia leggere?»
Io: «Ma tu sei come cieco: guardi e non vedi.»

È un alieno o solo un marito dispettoso? E soprattutto: son tutti sintomi di vecchiaia, la nostra?  
Arcibaldo e Petronilla the Return.

Scoop! Ovvero: la vita non finisce mai di sorprendere

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Appunto, la vita non finisce mai di sorprendere. 


Il coniuge e io  (avrete capito che siamo come Arcibaldo e Petronilla), seguiamo (via web registrato) la puntata di Chi vuol esser milionario (la trasmissione condotta da Gerry Scotti), in cui  la concorrente, Michela De Paoli, ha vinto il montepremi in gioco.
Siamo alle ultime domande. Tentenno sulla penultima. Virtualmente, mi attesto sulla quota raggiunta e formulo quella che sarebbe stata la risposta (non ve la dico, ché se voleste parteciparvi pure voi...).
Peccato, l'avrei saputa. Ecco: arriviamo all'ultima domanda. 

È sulla Bibbia.
Mi sento forte. Pur essendo ateissima, ho avuto un passato di cattolica osservante praticante,  tutta casa e Azione Cattolica; volevo pure farmi suora. Leggevo tutti i giorni il Nuovo Testamento (il Vecchio, un po' meno, però). Ok, andiamo.

Secondo la Genesi, quale fu la prima azione compiuta da Adamo uscito dal paradiso terrestre?


Ecco le 2 possibili risposte (la concorrente ha chiesto il jolly del 50 e 50): 
a) offrì sacrifici a Dio; 
c) si unì ad Eva

Facilissimo! La C. (Il coniuge ha risposto sicuro: «È la  A!») . E intanto faccio salti perché accidenti, virtualmente, avrei vinto un milione di euro!

Mio marito mi guarda sgomento. Interdetto, diciamo. 

«Come, si unì a Eva?!?»

«E già, sennò come avrebbero fatto a mettere al mondo Caino e Abele?»

Silenzio. Pausa. Accenno di frase.

«Perché, Caino e Abele sono figli di Adamo ed Eva?»

 Con chi so' sposata, io. Ed è un uomo coltissimo, assicuro.  
Mi sa che stavolta, gliel'ho rivelata io, la trama.

sabato 22 gennaio 2011

Essere sbadati al cinema

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Oggi pomeriggio, al cinema di Saint-Cloud.
Alla mia sinistra una deliziosa vecchietta con auricolare e relativo marito con bastone.
Finisce il film, durante il quale la vecchietta più volte ripeteva: "Qu'est-ce qu'ils disent ? Je ne comprends pas !" (Che dicono? Non capisco!) e poi sbuffava ogni tanto quando non era d'accordo con l'andamento del film...

les 3 Pierrots à Saint-Cloud
Finisce il film. Ognuno raccoglie le sue cose. Io non trovo i miei occhiali. Li avevo. Nella borsa non li vedo. Saranno caduti. Dico a mio marito (in francese, ché è maleducato parlare in italiano quando gli altri possono ascoltarci): "Non trovo gli occhiali, debbono essere caduti. Vai avanti, ora li cerco".

E intanto penso che quando la deliziosa vecchietta e relativo marito mi avranno oltrepassata, li cercherò per terra.
Ma la deliziosa vecchietta mi dice: "Cerca qualcosa, signora?"
"Gli occhiali..." rispondo distratta.
"Fermi tutti! La signora ha perso gli occhiali!"

Sicché un esercito di deliziose signore e relativi mariti si è messo a cercare gli occhiali della sottoscritta, sotto lo sguardo costernato di mio marito.
Invano. 

Gli occhiali erano nella borsa.

venerdì 21 gennaio 2011

3 volte amore

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Mustang il nostro beagle JSpaccini@2010



Mio figlio borbottando tra sé, ma in modo da farmi sentire:


«Certo, mia madre dice amore al cane...»

E io rispondo: sì.

Chiamo amore mio marito,
chiamo amore mio figlio e
chiamo amore il nostro cane.

E nessun altro, però.

domenica 16 gennaio 2011

Contro coloro i quali raccontano le trame dei film prima che tu li abbia visti

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Proprio stasera, una volta di più, commentavo che non sopporto quando durante la trasmissione in cui ha invitato l'attore a pubblicizzare il suo film in uscita, Fabio Fazio non riesce a esimersi dall'anticiparne la fine, raccontandola.

Lo fa sempre.

Naturalmente, la scelta dell'ospite NON è casuale!
(Fabio Fazio e Russell Crowe)


Ma io il mio Fabio Fazio, ce l'ho in casa. Da anni, questo è motivo di discussione tra di noi, a tal punto che io ho sviluppato una tendenza opposta: non leggo nemmeno le trame per potermi godere appieno la storia. Certo, ciò comporta che a volte vada al buio, che spesso rimanga insoddisfatta (come l'altroieri sera con Io, loro e Lara), ma è pur vero che in genere sono una spettatrice di bocca buona.

Stasera c'era da vedere Invictus. Amo molto Clint.



Fino a stasera sono riuscita a dribblare tutto: trailers, spot diversi, manifesti (questo qui  sopra, lo vedo ora) pubblicità, commenti di amici, tutto. Ma non ho evitato il coniuge. Il quale dopo pochi minuti ha raccontato: a) il senso del film; b) la trama; c) l'epilogo.

Mio figlio che è un po' come me, ha spento l'xbox. Ci siamo alzati e il film noi due non lo vediamo più (perlomeno non stasera).

Serena Dandini e il suo divano di Parla con me
P.S. Oltre a prenderci in giro, il coniuge ha rilevato che gli argomenti erano per così dire di dominio cronachistico se non addirittura storico.

E questo è vero.
Peccato che io abbia la memoria sempre più corta (ormai mi batte solo Francesca Reggiani: cfr. intervento dalla Dandini, a Parla con me, qualche sera fa, clicca qui - esattamente a: 12'58" e ascolta ) e che nostro figlio sia nato nel 1992.

domenica 9 gennaio 2011

Scattar foto in bianco e nero alla Défense

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Oggi ne ho fatte tante, son venute anche piuttosto bene (il quartiere della Défense con le sue linee geometriche e regolari, vi si presta). Eppure quella che amo di più è questa (a prima vista banale):

le gambe di mio figlio Photo 2011©Jacqueline Spaccini

domenica 2 gennaio 2011

Cominciare con la testa sbagliata

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Per errore, ho appena cancellato 5 dei vostri ultimi commenti.

Perdonate, amici, sono ancora frastornata per il viaggio.

giovedì 16 dicembre 2010

Buon Natale 2010 e Felice Anno Nuovo 2011!

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buon Natale e buone feste!





©http://mariopulimanti.blog.kataweb.it/files/2009/04/la-piu-bella-citta-del-mondo.jpg

Vi lascio con una citazione presa in prestito da uno scrittore britannico di cui ignoravo l'esistenza fino a quest'oggi, Charles Morgan (1894-1958):
Nessun fuoco, nessun carbone può ardere così forte
come un amore segreto, di cui nessuno sa nulla.

sabato 4 dicembre 2010

Dài un dito e ti prendono il braccio

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Ma perché ci sono persone che ti incontrano, non le hai mai viste, e ti danno del tu?

E altre, invece, che conosci da una vita, alle quali vorresti dare del tu, e  con le quali continui a darti del Lei (o del Vous)?

Misteri.

Se ti stai chiedendo che cosa c'entri Biancaneve e i 7 nani, la risposta è niente. O forse sì, chiedi all'istinto.

sabato 27 novembre 2010

I cachi: storia di un amore ricambiato

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L'amore è il mio nei confronti dell'albero dei cachi (o kaki, in francese corretto: plaquemine). Fin da quando ero bambina, la visione di questi alberelli non molto robusti, spogli di foglie ma addobbati come alberi di natale, con le palle tutte arancioni, mi ha sempre allargato il cuore e formato una parola in caratteri stampatello dentro di me: NOVEMBRE.


Ho sempre desiderato avere un albero di cachi in casa. Ma in assenza di giardino o giardinetto, è rimasto un pio desiderio.

A dire il vero, quand'ero piccola, malgrado il mio amore per l'albero, il frutto mi deludeva alquanto: o era quasi sfranto (espressione dialettale che deriva da frangere, spremere/schiacciare e che sta a indicare qualcosa che si rompe come se fosse schiacciato, generalmente rivolto a frutta) oppure allappava (altra espressione esclusivamente riservata ai cachi, clicca qui). Ma anche tutte e due le cose.

Oggi invece i cachi sono tosti, non allappano più, hanno un sapore vanigliato e discreto e non si rompono.  Mi piacciono molto quelli di provenienza israeliana, ma son troppo cari.
Senza semi, in Francia li chiamano i kaki del Giappone. In Croazia, Japanska Jabuka (mela del Giappone).Saranno pure imbastarditi, ma ora ne mangio almeno uno al giorno.


martedì 23 novembre 2010

Villerupt,che sembra una città di Ken Loach. Villerupt, mon amour.

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Come ogni anno, Villerupt ha aperto - tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre -  la  settimana dedicata al Festival del film italiano. Villerupt è una piccola cittadina dell'Est francese, confinante con il Lussemburgo. La regione di appartenza è la Lorena, il dipartimento è quello di Meurthe-et-Moselle (54190), nome che riunisce i due fiumi, un sub-affluente (la Meurthe) e un affluente (la Moselle) del grande Reno.

Credo che sia uno dei luoghi di Francia a più alta densità di cognomi italiani. Villerupt è gemellata con la città toscana di Aulla, mentre la cittadina subito a ridosso, Audun-le-Tisch lo è con Gualdo Tadino, cittadina dell'Umbria che insieme con Gubbio ha dato moltissimi lavoratori  queste  zone, alle miniere circostanti, agli altiforni dell'usine di Micheville. E moltissimi al bâtiment, cioè all'edilizia. 

Tra di essi, mio nonno materno e mio padre, originari di Gubbio, emigrati per mancanza di lavoro in Italia. In mezzo a loro, mia madre che faceva la sarta a Thil, se non sbaglio. Tanti italiani: sardi, umbri, liguri, marchigiani, toscani, siciliani. E poi polacchi, portoghesi, magrebini.

Mio nonno materno tornò in Italia;  mio padre è tornato in Italia; alcuni miei zii sono rimasti. Io sono ritornata in Francia, ma credo che molto presto farò come i salmoni e rientrerò in Italia.

Ora gli italiani che sono lì, quelli di seconda generazione,  sfiorano la cinquantina; i giovani sono già di terza e quarta generazione. Qualcuno ha studiato l'italiano all'università, qualcun altro è andato a lavorare ben presto. Mi risulta che i miei cugini rimasti là (40-50enni) non mastichino una parola o quasi, di italiano. Che scialo.


 photo by JSpaccini


Da Villerupt, ho telefonato ai miei. Mio padre mi ha chiesto di andare a rivedere la clinica in cui sono nata. Ma è stata demolita da oltre 30 anni. Di entrare al Corona, il bar del paese. Ma non esiste più. Di salutare la nostra casetta della rue Alfred Mézières.
Ma quella proprio non ce l'ho fatta. L'ultima volta - dieci anni fa - mi è bastata.

Vabbè, al festival tornerò sul blog letterario in un altro momento.

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Dove eravamo rimasti?

Ragazzi, è un periodo che va da schifo. Sto esagerando, lo so. Tuttavia, è da un po' che lavoro molto e raccolgo poco. Scrivo scrivo ma soddisfazioni, niet.

Una cosa fastidiosa è la memoria che cala, come la vista. Per chi - come me - è sempre stato dotato di una memoria in calcestruzzo, il ferro fa ridere. Per intenderci: entrando in una classe per la prima volta, molto prima del termine dell'ora conoscevo a memoria tutti i nomi. In realtà non li imparavo proprio tutti, ma quasi. Avevo un'elaborazione mnemonica associativa impressionante. Ora se qualcuno mi interrompe, faccio fatica a ricordarmi persino che stavo parlando di andare a preparare il caffè.

Stress, si dirà. Eh, sì, sì, ma non solo.
Comunque, in questa settimana ho finito di scrivere articoli, il nuovo libro è in stampa, ho fatto quasi tutti i partiels (i compiti in classe universitari). Sto studiando per bene il ruolo a teatro e provo ad allenarmi meglio per la sevillana (che sta alla Spagna come il flamenco sta ai Gitani). Forse ci scappa un museo col coniuge.
Mo' vediamo. Magari mi viene anche da scrivere qualcosa per gli altri blog.
Buone cose a tutti.

giovedì 28 ottobre 2010

Biutiful di Alejandro Gonzalez Inarritu: uno splendido pugno nello stomaco

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Un grande regista (autore del soggetto e anche sceneggiatore, immagino di certo anche montatore): Alejandro González Iñárritu

Un grande attore: Javier Bardem.

Un film superbo: Biutiful. Un pugno nello stomaco.

Meglio in spagnolo con sottotitoli (il video che posto è in americano, sottotitolato francese)


Fatemi fare la fanatica...

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Da un giornale sloveno. Dietro le 5 poetesse dalla Compagnia internazionale delle Poete, il mio faccione, quello della Vallicelliana...

Dite che faccio molto madre di Woody Allen in New York Stories?

Confronto:

mercoledì 27 ottobre 2010

Ristorantino parigino da consigliare all'espace KIRON (XIe arrondissement)

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Sotto al decimo e accanto al ventesimo, nell'undicesimo arrondissement di Parigi, non distante dalla stazione metropolitana Philippe-Auguste (ligne 2), c'è Art&Caffè, un ristorantino che cucina all'italiana (cuoco toscano). Si trova all'interno dell'espace KIRON, un poli- o multi-spazio, che si trova nella rue La Vacquerie.

Una delle sale dell'Espace Kiron


Col mio amico Eugenio (che è anche un collega di italiano) con il quale andiamo alla scoperta di ristorantini dove si mangia bene e si paga poco, oggi abbiamo loupé, mancato, il buffet à volonté (quello che con 12€, mangi quel che vuoi), ormai previsto solo nelle giornate del lunedì e del giovedì.

Negli altri giorni, come oggi, si mangia con 9€50 (un piatto), 12€ (due piatti), 15€ (tre piatti: entrée + plat du jour + dessert).
Abbiamo felicemente optato per polenta con sugo di macinata (vitello+maiale - o salsiccia sbriciolata, forse anche vino) e parmigiano. Ragù eccellente, aveva lo stesso sapore di quello che faccio io e per il quale impiego 3 ore.

Poi un ottimo arrosto di vitello (il pezzo era quello dell'almone - in gergo scamone - che ai romani piace tanto) con contorno di piselli e carote e per dessert io non mi sono fidata del dolce e ho preso del gorgonzola (tantissimo!). E ho sbagliato.

La tricotta al limone (con un coulis rosso sopra) che ha preso Eugenio, era pura poesia. Identica come sapore a questa charlotte fatta da me (ma io ci ho messo l'arancia). Il Montepulciano rosso era buono, il caffè era buono (sans plus).

Questo l'ambiente:

Restaurant Art&Caffè, Paris XIe


Per sgranchirci le gambe, abbiamo poi fatto una passeggiata nell'adiacente Père Lachaise. 

Sì, il cimitero: è pieno di begli alberi, ci sono personaggi famosi, i sepolcri hanno interessanti linee architettoniche.

Rossini è stato trasferito in Italia. Sì, sì, tranquilli: Jim Morrison sta sempre là.

sabato 23 ottobre 2010

Ottant'anni

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io tra mamma e papà (1959)


È da tempo che non sono intimista (così mi pare, almeno), che non racconto i fatti miei, insomma.
Ma pochi giorni fa mio padre (colui che è stato il grande antagonista della mia vita) ha compiuto 80 anni. E quindi...

Un po' per l'età degna di rispetto, un po' perché sono madre di un 18enne o forse perché sono a un tournant, a una svolta della mia vita (che volete, sono banale, ho più di 50 anni), gli dedico questo post.
Per ringraziarlo.


A dire il vero, i dissapori, le liti, i contrasti, le divergenze che ci hanno appiccicato l'uno contro l'altra per tanti e tanti anni, si son calmati solo dopo che mia madre, in presenza dell'ennesima lite furiosa tra noi, ebbe un'ischemia (eh, lo so non mi fa onore).

Da quel momento azzerammo tutte le nostre diatribe, verbali e fisiche. L'aggressività mia si acquetò e posai su di lui uno sguardo oserei dire materno.

Mio padre era quel che era, ma era mio padre. E, seppur con molti difetti, tipici di un maschilista, un padre buono. E fiero di me (anche se non me lo aveva mai detto). Così come io non avevo capito che  lui aveva tanto bisogno di quell'amore che da bambino non aveva ricevuto, di una prova, una carezza, un sorriso, un bacio.

E invece  si è ritrovato una figlia scorbutica, che da bimba  - se qualcuno osava posare un bacio su una guancia - subito ci passava sopra la mano, come a cancellare, disgustata, l'atto.
Una bimba (io) che voleva essere amata e stimata e avrebbe fatto qualunque cosa per ottenere amore e rispetto.

Da quel giorno di 12 anni fa, quello dell'ischemia di mamma, tutto è cambiato.
Anch'io sono cambiata, meno furiosa (anche se - ormai definitivamente -  grintosa e maschile).

Il che, se debbo dire, mi è servito molto nella vita. Soprattutto quella lavorativa. Non sono mai stata una svenevole, non ho accettato compromessi; nessun uomo mi ha mancato di rispetto (se non per amore. Lo so è un paradosso, ma non posso né voglio spiegare).

E c'è da dire che ho una madre meravigliosa. Lei, col suo silenzio amorevole, mi ha sorretto nei momenti di infinita (e ricercata) solitudine che è diventata nel tempo la mia vita interiore.

Grazie papà, buon compleanno e ricorda che io sono orgogliosa della nostra originaria povertà, dell'emigrazione, dell'essere dei ritals, ma soprattutto di essere riusciti ad amare e essere amati.

Tua figlia maggiore


________
Per il significato della parola rital, clicca qui (ma oggi non è più un termine per davvero ingiurioso).

Caspar David FriedrichLe bianche scogliere di Rugen, cm. 90 x 70, Fondazione Reinhart, Winterthur


sabato 16 ottobre 2010

Qualche volta, durante la giornata

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photo by Jacqueline Spaccini©2009

... ti accorgi che hai bisogno della tua piccola vita quotidiana, che non la scambieresti con nessun'altra al mondo. 

E ti si stringe il cuore per una felicità che vola via come una foglia che precipita dal suo albero.

lunedì 27 settembre 2010

Una canzone romanticheggiante

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domenica 26 settembre 2010

Salta, mordi, vivi! Jump dei Van Halen (io c'ero e me li ricordo bene)

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Cerchiamo di non essere morti.


Van Halen - Jump
envoyé par bernynab. - Regardez d'autres vidéos de musique.

sabato 25 settembre 2010

La mia Caen

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Caen vu Par... (ses réalisateurs) Bande Annonce from RADAR-Normandie on Vimeo.

Sortie nationale le 27 novembre 2010

sabato 18 settembre 2010

La convenienza della pecora (chiacchiere attorno al desco)

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O della fierezza dell'esser pecora.
Sì, sì, lo so: un ossimoro. Un pecora non può - per antonomasia - essere fiera. Ma vado a spiegare.


Di pecore (metaforiche, va da sé) è piena la storia. Pecore-schiave (prima di Spartacus), pecore-serve nelle società gentilizie dei secoli passati e pecore-servitrici, generazioni di persone che si son ridotte al ruolo di gente e per giunta propria sponte.
Perché?

Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia, recita l'antico detto. Antico, troppo antico.
Le pecore di oggi hanno capito che il lupo non se le mangia: le ingrassa.
foto prelevata dal sito: http://www.valbrembanaweb.com/
Il «lupo» ha bisogno di fans.
La pecora sta al lupo come il fan sta al divo. 

Non metto tutti nel calderone, e di certo non m'interessa qui il fan di tale o talaltro cantante, tale o talaltro attore, né sono interessata a veri lupi e a vere pecore. 

Parlo di un atteggiamento aprioristico, insomma di quel servilismo moderno, di quell'autocandidatura a non assumersi responsabilità, a seguir la massa, a essere conforme. Per non sbagliare? No, per essere approvati. 

Giacché è un'epoca (questa) in cui l'altrui approvazione ci restituisce uno status, se non addirittura  un'identità. 


Qual è il  passo ulteriore (ma non un passo avanti)? Il fan - nella sua versione più "accecata", quello del devoto che tutto accetta, quello che mitizza senza critica, quello che si comporta come il credente nei confronti di un dogma - opera  inizialmente una proiezione che velocemente si trasforma in identificazione. Non v'è più distanza: il servo/fan sente di poter essere il padrone/divo

Sicché se il suo idolo è criticato, sente di esser lui stesso criticato. Forte della nuova identità,  non si limita a protestare, non penserà ad argomentare la sua posizione, né esporrà il proprio (si fa per dire) punto di vista. 

No, il fan - novella pecora di antico (seppur neppure troppo colpevole) lupo - grazie alla provvisoria identificazione assunta, la quale gli fornisce (perlomeno ai suoi occhi) un potente  seppur provvisorio  (e intangibile) status, attacca: si fa aggressivo, ostenta animosità, morde. Il nostro Fracchia, da dr. Jekyll si è mutato in Mr. Hide: guai a criticare l'idolo, son parolacce, altro che parole!



Tranquilli: solo verbalmente. E solo nell'universo internet. 
Nella vita di tutti i giorni, il nostro super-eroe non ardisce nemmeno di vestire i panni di un Arlecchino servitore di due padroni. Richiederebbe troppa arguzia, un filo di intelligenza applicata.
E soprattutto occorrerebbe darsi da fare. Qui ci si dà da fare solo in palestra.

Nella vita di tutti i giorni è un Fracchia solo meno appariscente. D'altronde, che volete, è la dura legge del super-eroe.

Nella vita di tutti i giorni, costui rifugge dalle responsabilità. Un tempo, attraverso il lavoro si cercava di acquisire quella che si definisce una personalità giuridica in grado di affrancarsi (ad esempio) dalla provenienza da un ceto sociale non abbiente. Se si era dipendenti, si cercava di diventare al più presto padroni di se stessi, di non avere un capo sulla testa.

La figura del self-made man aveva cancellato la vegogna della provenienza sociale. La lotta di classe proletaria aveva restituito orgoglio a chi avesse avuto "umili natali";  la democrazia  aperto i battenti delle università e dello studio in genere.

Oggi, dopo un perfetto lavaggio di cervelli propinato (non solo ma anche) dalla tv, quel che si vuole è avere una vita senza pensieri, un lavoro qualunque (e chi se ne frega se non ci piace. Chi se ne frega? Scherziamo? Facciamocelo piacere se non ci piace, ché nel lavoro viviamo oltre metà del nostro quotidiano), il week-end assicurato. Queste - per molti - sono le massime aspirazioni. 


Per altro, non c'è posto. Però è d'obbligo: possedere  fin da giovani (e se non si possiede si ha l'impressione di essere dei poveracci, dei perdenti come si usa dire): una casa di proprietà, un'automobile, le vacanze estive (e suvvia, anche quelle invernali), cambio d'abiti di stagione (meglio se firmati), le unghie dalla manicure, i pettorali per gli uomini e il sedere alto per le donne, e chi più ne ha più ne metta.


Intanto, il cervello è buono solo se fritto con contorno di zucchine, patate, pomodori e insalatina fresca.





Svegliamoci, non è un problema solo italiano.



venerdì 17 settembre 2010

Cose che capitano nel mio palazzo (cronistoria in guisa di raccontino)

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Ieri sera abbiamo avuto visite. Polizia e pompieri con la scala a salir fin sull'ultimo piano.
Apro la finestra e mi rivolgo agli agenti chiedendo che cosa succede. Il più anziano (si fa per dire) di loro mi dice che la signora dell'ultimo piano sono mesi che non si vede più in giro,  la posta che la gardienne distribuisce sotto al tappetino assomiglia alle torri gemelle di antica e sfortunata memoria (sì questo l'ho aggiunto io), insomma si è accumulata, nel mese di agosto il fratello della signora ha chiamato per avvisare che un altro fratello è morto in un incidente stradale ma lei non ha risposto al telefono... E insomma, si teme il peggio.

Sarò cinica: io cattivi odori non ne ho sentiti in questi mesi. Quindi... E sarò anche più spietata: io questa signora dell'ultimo piano non ce l'ho proprio in mente.

Rompono i vetri del terrazzo, entrano. Ridiscendono, l'appartamento è vuoto. Tant mieux. C'est mieux.

Che fine ha fatto la signora dell'ultimo piano? Perché il fratello superstite non si è precipitato qui in casa? Come mai non è stato lanciato un avis de recherche? È mai possibile che una persona dotata di familiari possa stare in silenzio per mesi senza che nessuno se ne accorga? E dov'è andata? E perché mio figlio la ricorda (la signora che non risponde mai al suo Bonjour, Madame, quella - dice lui - che lo guarda di traverso)?

Oggi vedo la gardienne farmi cenno dal  cortile. Io la vedo dalla finestra mentre sto tagliando l'agnello appena tirato fuori dal forno, è il compleanno di mio marito. Dico che la cerco dopo, lei mi dice che tra poco arriva il syndic (l'amministratore) e di nuovo polizia + pompieri. Ha avuto un'idea: e se la signora dell'ultimo piano fosse nella cantina?

Mangiamo, brindiamo, tagliamo la torta di meringhe con lamponi. In cantina? Chiusa a chiave? Un suicidio? Però è vero che c'è un cattivo odore da un po' di tempo. Avevo pensato a pipì di cane o di gatto.

15 minuti dopo l'arrivo dei poliziotti, apro la porta e vedo una donna sui 75 anni, coi capelli belli e bianchissimi, smagrita e altera che arrogantemente apostrofa i poliziotti dicendo loro che li citerà per danni. La signora dell'ultimo piano.

Parlo con la gentile gardienne che si era preoccupata per lei. Lei racconta che a quanto pare la signora ha vissuto in questi ultimi due mesi chiusa in cantina, nutrendosi soltanto (a suo dire) di un cesto di mele che aveva portato dabbasso. Racconta che ci si è rinchiusa deliberatamente perché il mondo è cattivo, nel palazzo ce l'hanno tutti con lei e che si pratica la magia nera contro di lei. I poliziotti l'hanno imbarcata nel furgone, destinazione ospedale reparto psichiatria.

Ho abbracciato e ringraziato la gardienne per la sua premura. Non l'ha fatto nessuno. Di certo, non l'ha fatto la strampalata e arrogante signora-bene divenuta una silfide nel frattempo. 


olio di Michele Tanzi

Un cesto di mele = meno 30 kg. Bella cura dimagrante.
Sarà vero? Per me quella usciva di notte e saliva in casa. 
Bello scherzo, signora dell'ultimo piano.

La lettera aperta di Armando Gnisci ai suoi allievi: un addio e un arrivederci

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La lettera di congedo di Armando Gnisci ai suoi allievi della Sapienza

pubblicata da Mia Lecomte il giorno martedì 14 settembre 2010 alle ore 16.57 su facebook
                                                                                                                                                           6 settembre 2010
Cari Studenti,
bentornati, e benvenuti ai nuovi iscritti.
Dal primo novembre del 2010 non mi troverete più tra i vostri docenti, perché ho deciso di andare in pensione anticipatamente dando le dimissioni volontarie  dall'università.
Ci tengo a comunicarvi ufficialmente e sinceramente questa notizia perché sappiate con chiarezza e certezza il motivo della mia sparizione. Viviamo, infatti, in un'epoca in cui la menzogna, la volgarità e l'oblio informano la comunicazione e formano addirittura la nostra educazione.
Continuo altrove e altrimenti a lavorare per la giustizia e la compassione mediante il sapere umanistico.
Vi saluto assicurandovi che l'unica parte dell'università dalla quale non mi sono dimesso  è la vostra. Anche se non mi avrete mai incontrato e conosciuto.
La parte migliore della mia lunga carriera accademica è segnata, infatti, dai 4 anni di formazione in Filosofia presso la nostra Facoltà, dal 1964 al 1968. Allora ho vissuto la sapienza come un convivio e una famiglia. Nella educazione alla conoscenza con gioia, rispetto e speranza. Insieme ai miei indimenticabili compagni di studio e ai nostri maestri. Voglio ricordarvi i nomi per me più importanti tra loro: Emilio Garroni, Guido Calogero e Tullio De Mauro; Santo Mazzarino e Arsenio Frugoni; Giulio Carlo Argan e Walter Binni.
Poi, per quaranta anni, ho vissuto la professione accademica come uno straniero in terra straniera. Tanto che mi sono sentito più ad agio nelle università spagnole e egiziane, statunitensi e slovacche, giapponesi e argentine, che in quelle patrie.
È per questo motivo che considero ancora, e sempre, la condizione studentesca come quella più fortunata nell'università. E perciò ho sentito in questi anni voi come i miei veri colleghi.
Anche se proprio per voi, è diventato sempre più difficile vivere questo luogo come sede della conoscenza, della familiarità, del rispetto e della gioia.
Vi chiedo, in ultimo, di non perdere speranza, in voi stessi e nella comune repubblica, che sembra tramontare sull'orizzonte civile degli italiani, invece che venirci incontro come "il sole dell'avvenire". Sappiate che solo voi potete ogni volta che lo vogliate far risorgere il desiderio e il fervore di un "brave new world", come scrive Shakespeare ne La Tempesta. L'utopia di un "meraviglioso mondo nuovo", al quale tutti abbiamo diritto. E per il quale serviamo noi letterati: per poterlo immaginare e tradurre. E per indicarlo come il valore finale di una educazione che non può finire mai, come ci hanno insegnato i nostri antenati latini.
Scrivetemi, se volete. Vale.                        
                                                                                                              armando gnisci