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domenica 27 aprile 2008

Ti racconto tre quadri di Edward Hopper

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Tra un treno e l’altro

L’ha vista seduta nello scompartimento C carrozza 193 d’un treno di dieci anni fa che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito un paesaggio alpino, stanco e un po’ pieno di sé. Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… Sarà che Goethe aveva ragione (l’eterno femminino ci attira verso l’alto) e che lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esiste allacciata ai nostri tendini fin da bimbi, sarà per quello che volete voi, Edoardo si innamorò di lei prima che potesse arrivare a scorgerne le gambe avvolte in calze 10 den. La prima cosa che pensò, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensò, ma non disse nulla.

Non la rivide nei successivi dieci anni.

Ed oggi all’improvviso quando lei era null’altro che spina conficcata nell’intestino (da allora aveva inspiegabilmente sofferto di colite), è entrato nel caffè di questo hôtel che costeggia la strada ferrata e l’ha rivista. LEI.

Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Ancora non vede il colore dei suoi occhi. Edoardo è entrato per caso, è sceso dal treno per prendere una coincidenza… Non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna, una versione miniaturizzata di lei: si capisce subito che l’altra tenta di imitarla in tutto e per tutto. Infatti anche l’amica porta una cloche. Hanno ordinato un tè in coppette cinesi (che arroganza, quest’albergo!) e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “SUE”. “Sue che? Susan, forse dovrei chiamarla Susanna, Susie, Sue… Che nome insulso! No, non può essere il suo”, pensa e non dice nulla Edoardo, bloccato all’ingresso del caffè. Pensa che forse è la sua ultima occasione per fermare questa donna (di tempo ne ha perso fin troppo), prima che sia troppo tardi: a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà sui cinquanta e certo neanche lui è più un fanciullo…

Ora o mai più. Mi butto” pensa, e si dirige verso il tavolo dove siedono le due donne. Nessuno sembra fare caso a lui, la coppia del tavolo affianco è intenta a parlare sommessamente; fumano, e l’uomo si guarda le unghie. Brutto segno.

Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…

Pardon?” fa lei.

Pure straniera...”, pensa terrorizzato Edoardo e subito vorrebbe recuperare gli anni di scuola in cui non volle mai approfondire lo studio delle lingue straniere.

Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?” Edoardo ha l’impressione d’essere caduto di piatto nelle pagine d’un romanzetto rosa. Dieci anni che la cerca con gli occhi e tira fuori una frase da cliché. Con lei! Si può essere più banali? Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero. “Che dico ora? E se dalle toilettes sbucasse un marito?”

E' solo un attimo, Edoardo conclude tra sé: “E se sbuca un marito, chissenefrega!

Nessun marito sbucò per i successivi quindici anni. Siamo nel futuro e Sue si affaccia alla finestra: il tempo ha concesso una tregua. Ha sciacquato e riposto la tazzina del caffè ed ora metterà il suo cappello di paglia; va bene per agosto. Va bene per andare a trovare Edoardo, laddove riposa in pace da un mese. Poi prenderà un treno che la porti via da Cape Cod.

Ti racconto un quadro: Parigi attraverso la finestra di Chagall

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Sogno n. 5


A mezzanotte, in cucina, amo appoggiare volto e mani ai riquadri trasparenti dell’unica finestra. Perché a mezzanotte s’accende tutta. D’oro, diventa la torre di ferro, quella che gli stranieri del mio paese, storpiandola, chiamano E-IFFEL. È l’unico momento in cui amerei bere un tè, brindando al miracolo che si ripete: mezzanotte meno un minuto, niente. Mezzanotte in punto: d’oro, brilluccica come gonna con le paillettes a festa, come scoppio di felicità in una città ove l’unica cosa che manca è proprio quello che tutti vi cercano: la felicità.
La regina di Parigi è la solitudine e stanotte è ancora più solitaria, la neve viene giù anch’essa stridente, come nota di festa a un funerale. Ce ne stiamo qui, in un monolocale a rivendicare la nostra conquistata autonomia di uomini e donne responsabili che si lavano e stirano i calzini da soli, che mangiano puntualmente nel bistrot pulito e preciso eletto a nostra personale sala da pranzo. Ci concentriamo sul filetto al pepe verde stupendoci se quel santo colore ci lenisce un poco il crampo che ingoia tutto.
Ieri ho fatto un sogno. E in mezzo, dappertutto, volavano i colori di Chagall.
Noi tre, noi tre insieme, tornavamo nella Honfleur amata da Baudelaire e da Monet, luogo nativo di Erik Satie. Nei week-end presa d’assalto dai parigini, non provavamo neanche a cercare un albergo, sistemandoci in una stanza affittata in riva a quel mare che di giorno è sempre lontano... Disfatte le valigie, ce ne andavamo a zonzo per Deauville, Trouville, arrivando fino a Cabourg. Passeggiata ventosa sul lungomare, poi nella città irrimediabilmente turistica, mentre Xavier andava a spendere i suoi bravi 200 euro alle slot-machines. E comunque a Deauville, Trouville e Cabourg eravamo andati per dire addio anche a quei luoghi.
Serata di nuovo a Honfleur in un locale consigliato dalle guide, in cui Xavier gustava ancora una volta le sue ostriche; io altro (e quest’ “altro” non mi piaceva per niente). François voleva a tutti i costi prendere un bagno notturno nella Manica, nonostante i pochi gradi dell’aria circostante e i molti meno dell’acqua. Conoscendolo, gli suggerivo di rimandare all’indomani, ben sapendo che l’incostanza gliel’avrebbe impedito. E infatti, l’indomani, di buon’ora, proponevo a loro due di arrivare alle falaises gemelle delle bianche scogliere di Dover, a Etretat, la suggestiva, verdesmeraldo Etretat, che finisce in punta alla scogliera con sotto 85 metri a separarti dall’acqua, dal tuffo, l’oblio definitivo. Ovunque vento, sole, freddo e caldo, fiumiciattolo di persone che risale ripidi scalini che conducono su. Ma più bello ancora era il viaggio in auto per arrivare da Honfleur a Etretat, quando lo sguardo corre fuori dal finestrino e scorre dentro di te, portandoti via. Via da te.
E sul ponte di Normandia, mi scoppiava forte il cuore, su quel giovane ponte che attraversa l’estuario immenso della Senna e poi il canale, natura naturale e natura artificiale, elica che s’arrampica su, più su, fin dentro le nuvole. L’autostrada per il cielo, ponte che curva e sale, sale e poi scende, scende giù in picchiata, per resistere alla violenza di un tornado.
Attraversavamo poi Le Havre. Chissà com’era questa città prima che la radessero al suolo, nel ’44. Ricostruita in quattro e quattr’otto: blocchi prefabbricati di cemento armato. Uno choc, ma negli occhi c’era il sole, il mare e giardini ordinati dappertutto. Poi ancora prati lentigginosi di margherite, prati normanni tappezzati di mucche, cielo che confina con il verde brillante e meli in fiore. Foto, tante inutili foto. Nel sogno approdavamo infine a Valmont, cittadina poverissima, di quelle il cui unico sfogo è la brocante, fiera di poveri, qua e là sui banchetti scarpette smesse di bimbo per 4 euro. Si finiva in una brasserie, ch’era già tardo pomeriggio con davanti agli occhi tre barchette di salsicce patate fritte e un bicchiere di birra. E Chagall spariva, Chagall, dopo un turbinio di colori verdi blu e viola.
C’era la neve, all’improvviso, la neve sul mare. La neve su Parigi. Parigi sul mare.

Una riga nel cielo si allunga
avvicina la distanza del viaggio
punisco il mio lato spoglio
con il freddo, neve impervia
neve che sale
sbadiglia
e affranca la vista
fiochi spiragli
quando tornerò
rimango a spargugliare
foglie per terra per aria, incespico
e non racimolo
dimmi quanti piedi mancano
all’orlo, e poi prometto
non volerò giù.

Anzi, lo giuro.
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[La poesia Una riga nel cielo si allunga è di Paola Turroni]

Ti racconto un quadro: Ragazza alla finestra di Gina Roma

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L’occhio di dio

Francesca scruta di sottecchi la finestra, riordina le ultime cose in cucina; la corriera è in ritardo.

L’ulivo che si staglia oltre il rettangolo trasparente è ormai rinsecchito; di sicuro prima o poi lo abbatteranno; fortuna che tutti sembrano dimenticarsene. Seppure già atrocemente contorta, quella pianta era sempre gravida di frutti oleosi quand’era bambina. Almeno lei così ricorda.

Ora è in piedi, dietro alla finestra che lascia chiusa, le tendine sono raccolte ai lati e quel che si vuol vedere si vede.

Niente, la corriera non risale nemmeno il pendio che arranca lungo le curve a gomito del paese, pensa.

La immagina, tutta blu e impolverata, portare nella sua pancia l’uomo che è tutta la sua vita: Luca. Lui ha gli occhi del cervo sorpreso per la carabina che il cacciatore gli punta addosso. E flessuoso è quel corpo di fanciullo cresciuto a dismisura, lottando suo malgrado contro il tempo.

Castagne appena sgravate dal loro guscio, castagne lucide sono ammassate nei suoi capelli e mani che sembrano uscire da un affresco di Raffaello, dita lunghe e incorporee a unire il divino con la terra intrecciano la vita di lei. Trait d’union, passaggio di vita, tocco impalpabile che sfrigola il cuore di una donna.

A rallegrarla, una voce grave e quasi impossibile, come la porpora che infiamma il tramonto d’una città bosniaca, come il grigiorosso della brace agonizzante nel camino ancestrale, come il saggio silenzio di un’alba italiana.

Luca ha la pelle alabastro e le occhiaie inevitabili, suo cruccio da sempre, per lei sono perle nere che illuminano l’incarnato della mandibola e il viola tumefatto delle labbra.

A lui, voracemente tenero, eternamente imbronciato, a lui ribelle nelle parole e panna liquida tra le sue braccia, a lui come guanciali lei offrì i suoi seni.

A lui, che è dio quando dorme.

Francesca guarda meglio, ondeggiando come un salice dinanzi alla finestra: è tardi ormai; si sporge dal davanzale.

Sereno è il cielo piatto, non una foglia trema: scandisce il tempo che passa, il suo cuore. Tra poco lui sarà sotto casa, nella furia baldanzosa dei suoi vent’anni, ricco solo d’uno zaino ed il congedo dalla leva militare.

Torna a casa Luca, oggi. Torna a casa suo figlio.





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foto prelevata da internet

Ti racconto un quadro: Marianna di Everett Millais

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Fruscio d’acque. Medioevo futuro

Dalla vetrata istoriata, l’angelo non sembra più rivolgersi alla Vergine beata stamattina: il suo dito ammonisce severo Marianna. L’oro delle piume e il candore dei piedi nudi non riescono ad mitigarne lo sguardo che, come dardo, offende la languida figura della giovane donna.

Solo il blu velluto del suo abito infatti l’osteggia, ergendosi a difensore della donna ch’esso veste; Marianna inarca indolentemente la schiena all’indietro. È stanca.

Ode un fruscio d’acque: è il ruscello che scorre verso il basso. Ormai l’autunno è padrone incontrastato del giardino selvatico che circonda la sua casa e alcune foglie d’acero sono penetrate chissà come dalla finestra giacendo come barche in secca sul tavolino sottostante. La notte è stata lunga e insonne e la giornata che è appena sorta si preannuncia implacabile.

Marianna non ha tregua, davanti a sé due sole vie: cancellare Angelo, l’ipocrita sposo o aver di lui pietà e perdonarlo.

In nome di Dio, pensa.

La cintura che sottolinea la vita snella pesa come ferro insanguinato e il fulgore delle gemme preziose non l’ingentiliscono, stamani. Lei si acconcia come meglio può i capelli e sfiorando il cuoio capelluto conficca con vigore studiato la forcella di rame nella chioma color del miele… Che fare? Che fare?

La virtù di Angelo s’è svelata alfine come mera ipocrisia: non era lei che amava, bensì l’apparente armonia sociale della vita coniugale. Di lei e del suo casato s’è servito spudoratamente. È tempo di spengere il lume che le ha tenuto compagnia durante la notte abortita. È stanca, Lady Marianna. Ha ripercorso nel buio sconsolato la storia dell’idillio in cui Angelo era l’uomo dei principî, l’uomo ideale. Suo marito.

In nome del suo rigore, lei gli aveva perdonato il carattere brusco e violento, l’irascibilità, le giornate passate in silenzio lontani uno dall’altra quando lui partiva a cavallo per darsi alla macchia (a caccia di caprioli, diceva) nei boschi di Nottingham, ma in realtà per smaltire la rabbia che covava contro di lei, rea di chissà quale crimine…

Ora Marianna sa che Angelo è un vile, un traditore ben nascosto sotto sembianze virili. Ha paura persino di ammetterlo con se stessa: un traditore della Patria, una spia che cospira col nemico, ecco chi è suo marito. Ma traditore lo è anche nei suoi confronti: quel che le era parso un angelo s’è alfine rivelato essere un demonio. Denunciarlo alle autorità? Persino la Bibbia la giustificherebbe: “occhio per occhio, dente per dente”…

Ma come potrebbe, lei ama quest’uomo. Sradicare quest’amore dall’anima come si fa con le piante putrescenti? Facile a dirsi quando il cuore non trema di sussulti al solo intendere la voce dell’amato! Lui è l’uomo. Lui, lo sposo suo.

Marianna si massaggia il collo e guarda oltre la finestra: lo vede arrivare, del tutto inconsapevole, sudato per l’ardore della caccia. Immagina l’odore del suo corpo, silvestre come i suoi occhi. E un guizzo acquoso le si agita d’improvviso nel corpo.

Agita la mano a mo’ di saluto al di qua del vetro all’uomo che avanza mostrando divertito una coppia di lepri che penzolano dalla cintura. Ora ne è certa: non lo tradirà.

In nome dell’amore, dice.



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John Everett Millais : Marianna (foto internet)