sabato 11 ottobre 2008

Io non ho paura di Niccolò Ammaniti (recensione)

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Sbagliai. Eh sì, sbagliai.
Non ho voluto leggere per anni questo libro; ne avevo aperto un altro suo (suo, di Ammaniti), che iniziava con un: Ha piovuto.
E su quell'ausiliare sbagliato avevo richiuso prontamente il romanzo.

C'è voluta tutta l'insistenza di J.-G., Ma dài, Jacqueline, lèggilo! È bello, per prenderlo in mano e posare gli occhi sulla prima pagina...

L'ho letto in poche ore. All'inizio, mi dava fastidio quella ricerca dell'italiano parlato da un bambino di nove anni, i congiuntivi saltati, le analogie con gli animali - quelli che un novenne di campagna può conoscere.

Poi, però, mi son lasciata prendere e non l'ho lasciato più. Mi son ritrovata in una terra di mezzo, tra L'isola di Arturo (E. Morante) e Tempi memorabili (C. Cassola).

E bravo Niccolò, per quel paese disgraziato che fai crescere come le spighe del grano, per l'innocente cattiveria dell'infanzia che sai evocare, per l'incomprensibile mondo dei "grandi" di cui ci fai disgustare.
Per la poesia che tiri fuori anche laddove parli di merda.

Quanto a me: Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Le frasi esplosive di Guillaume Apollinaire

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Dedicata a Cirro









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Credits: qua e là, prelevando - da vari blogger, - le immagini dei quadri di Dalì.

Seven seconds : Youssou N'dour et Alii

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Una canzone bellissima, dedicata ai bambini.
Purtroppo, la Sony disabilita il video originale.



(Il suo francese è orribile, ma la musica è stupenda e il testo anche. A capirlo.)

Lo metto qui di seguito:

Boul ma sene, boul ma guiss madi re nga fokni mane
Khamouma li neka thi sama souf ak thi guinaw
Beugouma kouma khol oaldine yaw li neka si yaw
mo ne si man, li ne si mane moye dilene diapale

Roughneck and rudeness,
We should be using, on the ones who practice wicked charms
For the sword and the stone
Bad to the bone
Battle is not over
Even when it's won
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in

CHORUS
It's not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I'll be waiting
It's not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I'll be waiting (x3)

J'assume les raisons qui nous poussent de changer tout,
J'aimerais qu'on oublie leur couleur pour qu'ils espèrent
Beaucoup de sentiments de race qui font qu'ils désespèrent
Je veux les portes grandements ouvertes,
Des amis pour parler de leur peine, de leur joie
Pour qu'ils leur filent des infos qui ne divisent pas
Changer

CHORUS

And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone of the skin he's living in
And there's a million voices
And there's a million voices
To tell you what she should be thinking
So you better sober up for just a second

CHORUS

venerdì 10 ottobre 2008

Quando la città ideale diventa reale

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Aveva cominciato Platone ne La Repubblica. Aveva continuato il maestro anonimo (oggi si dice Leon Battista Alberti) con la tavola di Urbino. Ma anche in filosofia, Tommaso Campanella e Thomas Moore s'eran dati da fare con le loro Città del Sole e Utopia.

C'era stata la megalomania di Pio II (Corsignano diventa Pienza), senza contare i progetti del Filarete, i disegni di Leonardo (resta solo la piazza di Vigevano) per una Sforzinda che doveva solleticare la vanità di Ludovico Sforza.
Erano sorte le belle Palmanova e Sabbioneta, ma tutte con scopo militardifensivistico.

Un altro affascinante esempio è - in piccolo - costituito da Prato della Valle, a Padova. I fourieristi le loro città ideali le avevano costruite negli States e un ultimo esempio è il familistero di Godin nel dipartimento dell'Ain (città-industria alla maniera di France-ville di verniana memoria). I quadri del Perugino prima e di Raffaello poi (Lo sposalizio della vergine). La cattedrale di Sibenik.

Le città mussoliniane (laziali e non) nel periodo dell'architettura e urbanistica razionalista (l'unica che nel '900 l'Italia ha "esportato") e quelle brasiliane e indiane tra il '50 e il '60.

La dolce follia solipsistica di Tommaso Buzzi a Scarzuola (Umbria).

E ne avrei da citare, ché ho tenuto un corso semestrale sull'argomento, lo scorso anno (ricordarsi di scriverci un saggio sopra).

Poi sono arrivati loro: gli avveniristi postmoderni.

E la città ideale - che raccoglie tutto il passato e si proietta verso l'avvenire - è quella di Astana nel Kazakistan (certo, taccio su Ave Maria, messa su da un pazzo in Florida, nel 2007) .







Le foto, prelevate da google (qua e là), si commentano da sé. Di che sognare.

giovedì 9 ottobre 2008

E che me frega a me? La mia filosofia di vita

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Come fanno le cose a scivolarmi addosso?

Adotto la filosofia di Totò (è tutto nell'ultima frase):

Metti una sera che stai per spengere la tv...

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foto prelevata dal sito www.storiadimilano.it

... E poi, con occhio distratto, capiti su France5 e vedi che - in diretta - ospite di una trasmissione che non hai MAI visto, c'è il premio Nobel 2008 per la letteratura, Jean-Marie Gustave (J.M.G) Le Clézio (foto di quando era più giovane).

Ti fermi, ti siedi. Prendi il blocchetto di post-it, perché magari dirà qualcosa che potrà colpirti più di quanto abbia fatto fino ad oggi. Infatti, Le Clézio ti è passato accanto. Hai letto poco di lui e quel che hai letto ti ha lasciato fredda. Segui per un po', lo ammiri, ma l'impressione che hai sempre avuto non cambia. Lo sai già che il suo nuovissimo Ritournelle de la faim, non lo comprerai.

Cambio di protagonista: la parola viene data a un altro scrittore, ugualmente ospite della trasmissione: Jean Echenoz. Di lui, non hai proprio letto niente.
La faccia, la sua - là per là - non ti invita ad ascoltarlo. Poi somiglia vagamente a tuo padre, in biondo.

E invece. Una frase che dice, per certo una frase banale, ti inchioda al divanetto blu: On écrit aussi pour ne pas parler (= se si scrive è anche per non parlare).

Caspita, è una frase facile da pensare e da pronunciare; perché non ti è mai venuta in mente? E lui parla, con reticenza ed emozione controllata, ma parla.
Si schermisce, fa prova di understatement (chissà se voluto). Ti passa le sue emozioni.

E a François Busnel, l'intrattenitore che gli chiede del suo incontro di giovane scrittore con Beckett, chiarisce subito che nulla si dissero, a parte un buonasera, ché era troppo intimidito. Come lo è, sans doute (= probabilmente), stasera, afferma - rispondendo a una domanda - davanti a Le Clézio, l'autore del primo romanzo che lesse a 16 anni, Le Procès-verbal (7 anni appena li dividono, ma Le Clézio è come Moravia: a 23 anni era già un Autore).

E rimembrando Zatopeck - ha scritto un libro su di lui, Courir -, Echenoz continua a tenerti seduta, ché neanche ti va di alzarti a cercare la sigaretta. Poi dice una frase che da tanto tempo pensi di dire a Bart (a proposito dei suoi racconti) e che non riusciva a materializzarsi come si deve:
(alla domanda come nascono i suoi libri?, lui dice che nascono da luoghi. Aggiungendo - traduco -) Per me, i luoghi sono molto importanti, come i personaggi. Anzi, per me talvolta i luoghi sono personaggi.

E quando parla della propria cecità nel valutare se quel che ha scritto è buono oppure no.
Ancora: je n'ai pas le sentiment de dire des choses essentielles...

Che fortuna non aver spento la tv stasera.


Pubblicità ... casalinga

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Locked in a Locker
Primi passi del piccolo grande uomo di casa.

martedì 7 ottobre 2008

Pigrizia

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Fosse per me, vivrei sul divanetto blu (qui avevo traslocato non da molto; è ancora in ordine e mancano tante cose che ho aggiunto poi, tra le quali i copridivani).

La pigrizia sta diventando una specie di quintessenza della mia persona: da che ero una donna iperattiva a che son diventata iperletargica.
Non farei niente, ma proprio niente, delle incombenze quotidiane (
e per la verità, ne faccio poche).

Sicché quest'oggi non c'erano più mutande magliette calzini pigiami puliti. Oppure qualcosa sì, ma da stirare. Per non parlare dei vetri di casa. E dei pavimenti da lavare (vabbè, quello lo faccio ancora). Non vorrei neppure più cucinare, per non dover vedere i piatti da lavare (che comunque non lavo io).

Sono così pigra che persino l'idea di assumere una
femme de ménage mi sembra un compito arduo.
Ma sono eccezionale nel mettere i disordine. Pensare che quando sono da sola, tutto dev'essere al suo posto e brillare. Bello sforzo, si dirà.

Ah, se ci sono altre cose da fare nella vita come spolverare, ripulire gli interni dei cassetti aut similia, non li ho dimenticati bell'e apposta. Li ignoro proprio.


lunedì 6 ottobre 2008

Trent'anni fa... Jacques Brel

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credits: foto prelevata dal sito: http://www.blog.libero.it

Jacques Romain Georges Brel (arietino belga del '29, scomparso all'età di 49 anni a Bobigny) è una delle colonne sonore della mia vita.

Non soltanto per le canzoni, ma anche e soprattutto per lo sguardo che posava sulla sua terra d'origine le plat pays, il Belgio (e in fin dei conti, Villerupt - mia città natale - non è molto diversa).

Di certo non bello, fu marito fedifrago e padre assente ma severissimo, uomo per cui contavano solo gli amici, la musica, e tirar tardi fin oltre l'alba. Non proprio un bell'esempio. Eppure, ci ha lasciato musiche e parole indimenticabili.

Alla Adriano Celentano, oltre a cantare ha anche fatto film, di cui in genere si ricorda solo L'Emmerdeur. Poi 4 anni prima di morire, molla tutto e parte con un'attricetta conosciuta sul set di un film per le Isole Marchesi (Ile Marquises, in Polinesia), a bordo di un bimotore. Ma è già malato, gravemente (cancro ai polmoni).

Il 7 ottobre 1978 viene rimpatriato d'urgenza e il 9 muore di embolia polmonare.

Riposa accanto a Paul Gauguin (ad Atuona,Hiva Oa nell'arcipelago delle isole Marchesi).

Metto qualche sua canzone, qui di seguito.

Quand on n'a que l'amour (1957):



Ne me quitte pas (1959):



La valse à mille temps (1959):



una divertente (ma anche feroce), Les Flamandes (1959):




e infine Le plat pays qui est le mien (1962), la mia preferita:

venerdì 3 ottobre 2008

I miei studenti o della (mancata) curiosità

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università di Caen ( Campus 1) photo by @rteJS

Gli studenti del primo anno. Eccoli lì (meglio sarebbe dire eccole lì, visto che sono quasi tutte ragazze): prendono posto ed io a cercare di immagazzinare il più velocemente possibile i loro nomi (almeno quelli di battesimo).

Christine, Mélanie, Céline, Mathilde, Mélanie, Aurélie, Adèle, Audrée, Justine, Justine, Marius, Aurélie, Pauline, Charlène, Melody, Laurie, Coralie, Karen, Julien, Corine (con una sola enne), Ambre...

A parte che i genitori di questi nuovi diciottenni dimostrano un'evidente simpatia per i nomi terminanti in -ie, dovevano andar per la maggiore le Mélanie, Aurélie e le Justine, 18 anni fa.

Per farli parlare un po' di sé, pongo la solita banale domanda (che pongo da tre anni in qua): Come mai questo nome ? E penso a Nerval (per Aurélie), a Sade (per Justine), a Madame de Staël (per Corinne - anche con una sola enne), a qualche autore anglosassone - anche cantanti - (per Melody e Karen), etc.

E mi sento rispondere (per il terzo anno consecutivo): Non so perché ho il nome che ho.

Caspita, a curiosità andiamo forte...


giovedì 2 ottobre 2008

Cardiofitness di Alessandra Montrucchio (recensione)

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Attenzione: segue anticipazione storia!

2 stelle alla lingua e 3 alla storia


  • Ma in realtà, vorrei assegnare 4 stelline al coprotagonista maschile, Stefano detto Tendina.

    La storia si fonda su uno spaccato autobiografico dell'autrice, Alessandra Montrucchio (premio Calvino 1995). Come ogni frequentatore narratologico ben sa, l'autore reale non coincide mai con l'autore modello. Ora, è pur vero che se io rientro nella tipologia del narratario ideale, mi ritrovo qui ad essere il lettore reale.
    Ok, basta con gli sproloqui echiano-genettiani e andiamo a qualche considerazione.

    Non mi piace la lingua usata dalla Montrucchio. Non mi piace per tutta una serie di motivi per cui non mi piacciono nemmeno i Baricco, gli Ammaniti, e compagnia dicendo.
    Perché - fondamentalmente - una a cui piace la scrittura tersa e profonda di un Silvio D'Arzo non può apprezzare le scorciatoie (slalom linguistici) di un italiano ammiccante, né un frasario che rinvia al "guarda quanto sono figo/a a scrivere come parli anche tu, giovane (?) lettore"...

    La storia - invece - è carina. E se per davvero fosse anche vera, oserei dire che allora la storia è proprio bella.
    Sia lode a Stefano detto Tendina (per come si acconcia la frangetta ai lati della fronte), e con ciò sia lode ad Alessandra Montrucchio per la tenerezza che il personaggio maschile evoca in chi legge.
    Se poi la lettrice (la sottoscritta, per intenderci) deve vederci uno "spaccato" della realtà quotidiana, ella stringerà le labbra (che di già non sono alla Claudia Schiffer) e solleverà il sopracciglio (ci prova, costei, senza riuscirvi), interrogandosi se per davvero la realtà italiana descritta e data in pasto a noi lettori sia così miserevolmente superficiale come viene descritta.

    A 26-27 anni, il problema della protagonista può riassumersi così: se cerca un lavoro (che non trova, poi trova) è fondamentalmente per riguardo alla famiglia di appartenenza; quando non si ha l'Amore, si assomiglia ad una piscina vuota, sicché la palestra diventa il luogo ove annegare la mancanza di punti di riferimento (anzi, finisce per diventare IL punto di riferimento) dell'umanità solitaria (ossimoro voluto). Pertanto, l'innamoramento che una sedicente profonda e anomala (?) quasi trentenne prova verso un quasi sedicenne è il cardine attorno al quale far ruotare la porta della propria esistenza.

    Il titolo - Cardiofitness - rimanda (copioeincollo dal glossarietto in appendice al libro) a un insieme di attività fisiche che, con l'ausilio di particolari macchine (cyclette, isostep, tapis roulant, vogatore) permettono di lavorare a un regime aerobico, ovvero a un numero di pulsazioni cardiache al minuto pari al 65% circa del proprio livello pulsatorio massimo.

    Che Alessandra Montrucchio si sia limitata al suo personale 65%?

    N.B. Ho scritto questa recensione ricorrendo ad ammiccamenti vari: scioltezza, falsa superficialità, piccola dose di cinismo, qualche confidenza di troppo. Vi sarò riuscita?
    Sia quel che sia, ora SO perché non vincerò mai il Premio Calvino.
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P.S. Scopro solo ora che ne è stato tratto un film. Vedo il volto dell'attore [clicca qui] che impersona Stefano/Tendina. È diverso da quello descritto dalla Montrucchio (biondastro, nel libro), ma è pressoché identico a come lo avevo immaginato io (per la verità, gli avevo dato la faccia di mio figlio. Forse per via delle "tendine" e per quella
curva dolce tra la nuca e la spalla...)





martedì 30 settembre 2008

Non faccio niente

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tazzina di caffè sloveno (sul lago di Bled) photo by @rteJS


Non faccio niente, niente, niente.
Vado a farmi un caffè.

domenica 28 settembre 2008

Un tranquillo week-end normanno

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Cathédrale d'Evreux photo by Thomas (site web: http://www.azurs.net)

Avvertenza: cliccando sulle parole in rosso, si possono vedere le foto

Questa volta sono preparata: gli abitanti di Évreux si chiamano Ébroïciens.

La vista che avevo dinanzi a me, mentre mangiavamo una bistecca di vitello affogata nei funghi con contorno di fagiolini era ancor più bella che in questa foto: infatti, oltre alla cattedrale cinquecentesca più volte ricostruita (incendi, bombardamenti e un uragano l'hanno presa di mira nei secoli), il panorama includeva il bellissimo museo e un canale sornione che scorre di fianco alla cattedrale. E poi - incredibile dictu - il sole era tapant.

Intorno a noi - a colonna sonora del nostro pasto - una musichetta a tutto volume proveniente dal vicino manège senza bimbi, andava dai tanghi anni '50 al ballo del qua-qua (french version), da Sous les ponts de Paris (Maurice Chevalier) a Milord (Édith Piaf)...

Il cameriere tuttofare correva di qua e di là, dicendomi che lui si accorgeva di tutto (assenza di posacenere) e sentiva tutto (il mio spazientimento nell'attesa della successiva portata), e poi dimenticava di portarci la famigerata carafe d'eau e la tarte normande.

Tra i clienti della nostra brasserie, degni di nota: il braccialetto in argento a maglie larghe e pesanti, su un omone sessantenne di 90 chili tutto in nero stile newportual (stile che invento qui), un tizio dalla facies alla Dominique-Fernandez che ha impiegato un quarto d'ora per svuotare la sua tazzina di caffè, un altro che per tutto il tempo ha apposto la sua firma-sigla a degli incartamenti (ma di domenica?!?) e una gentile settantenne con tacchi a spillo e immenso tatuaggio a cuore trafitto che consumava delle moules-frites...

Poi, siamo passati per un villaggetto dal titolo impietoso: Crèvecoeur (-en-Auge). Un pugno di villettine senza pretese battute come battigia dalle onde sonore del traffico. Crepacuore, appunto.

E allora mi viene in mente anche la canzone del nostro Bersani, così divertente, leggera (al di là delle intenzioni del suo autore), come il mio animo di oggi. E la metto qua sotto.

P.S. E mi si è pure rotta la macchinetta fotografica digitale...





venerdì 26 settembre 2008

Forse è giunto il tempo

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Forse è tempo che mi smarrisca.
Che vada indietro in quell'epoca in cui non voglio tornare, che mi decida ad entrare dentro di me, senza intellettualismi di sorta.

Forse è tempo che torni ad avere sei anni e mezzo, quando i miei capelli erano tagliati cortissimi da una mamma che combatteva tutti i giorni per districarmeli e non ce la faceva più a sentirmi piangere per il dolore che mi procuravano i nodi.

Tempo di andare in un luogo in cui mi sentivo infinitamente sola; tanto, troppo sola, nonostante i miei fratellini.

Di andare a recuperare quella bimba che piangeva dentro di sé e non faceva veder nulla all'infuori. E darle la mano. E accompagnarla perché non si senta troppo sola.

Debbo tornare a quel 1° agosto 1964, dentro a un pullman che mi portava via dalla mia famiglia. Ed era la prima volta. Basta che per un attimo mi lasci andare e di nuovo, immediatamente, sento in bocca quel gusto orribile dell'orzo che da allora non ho più voluto bere.

Chissà se ci riuscirò.
È da tanto che non sono più in contatto con me stessa, con quella bimba lì, troppo fragile, troppo buona, troppo brava e con una gran paura addosso di disturbare anche chi l'amava.

Un'altra intervista: Capossela

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Che devo fare? La sua musica, le sue canzoni, non mi piacciono. Proprio non mi riesce.

Ma ho amato quest'intervista. Non Luttazzi, altro che non mi riesce di apprezzare (detestabili, quelle sue risatine alla Oreste De Fornari), ma proprio lui, Capossela. O meglio, il contenuto delle sue risposte.

Tenero, irregimentato in quell'abbigliamento non usuale per lui.



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Rivedendo Intervista con il vampiro

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Un Tom Cruise biondo e con gli occhi azzurri, diafano e e perverso ma che fa pena, non fosse per l'ultima scena del film

Intervista con il vampiro (clicca qui per la trama), 1994.

L'ho rivisto, di controvoglia. Non amo i film in costume a priori, con le dovute eccezioni (The Illusionist, per esempio, ma lì per via del personaggio di Paul Giamatti, clicca qui per la trama).
Non amo i film decadenti, pieni di parole che si vogliono importanti (cfr. video più in basso).
Non amo l'ambiguità, diciamolo anche.

Ma l'ho rivisto. A casa mi dicono che m'era piaciuto alla prima visione; a me pareva il contrario.
Insomma, dopo 118 minuti, il giudizio non è mutato: il film appartiene a un genere kitsch rococò (passatemi la pseudoinvenzione) che mi disgusta.

Bello fisicamente - e terribile - Lestat, l'angelo maledetto nelle fattezze di Tom Cruise. Meno riuscito il mezzouomo-mezzovampiro Louis (Brad Pitt), ma qui in casa mi contestano e dicono il contrario.
Ridicolo - ma proprio ridicolo - Armand, il vampiro quattrocentenne Antonio Banderas. E lì, siamo d'accordo tutti (tutti... 3 su 3).
Bravo Stephen Rea - attore feticcio di Neil Jordan - che interpreta Santiago, il vampiro tuttofare di Banderas. Odiosa invece Claudia (Kirsten Dunst, all'epoca dodicenne), la vampiretta cattiva.
Impeccabili i colori, i costumi, l'atmosfera (c'è di mezzo Dante Ferretti, e si capisce).

Insomma, a mio avviso un film pretenzioso, pieno di cose dette che andavano semmai suggerite. E anche un po' splatter. Manieristicamente, raffinatamente. Uno splatter in punta di piedi (o di forchetta, fate un po' voi).


Lestat e Louis (ma il film è a colori)




(video youtube con la ridicolerrima frase "Tu sei bellissimo, amico mio")
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giovedì 25 settembre 2008

La voce autentica di Hercule Poirot: David Suchet

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Non capisco niente, ma che suoni carezzevoli e insieme - come dire - incontestabili, ha la sua voce.

Ho sempre visto Hercule Poirot in francese, impersonato da David Suchet, con quella voce un po' troppo laccata, manierata, controllata, saccente, puntigliosa e un po' femminea (anche la sua è così, quando fa Hercule Poirot in inglese).

È la voce di David Suchet che è stupenda.

Peccato per la camminata da piccione in piazza S. Marco che gli fanno tenere (già il fisico non l'assiste...). Poi però è vero che mi addormento sempre sul divano (è che lo danno alle 14h30, qui).

L'altro giorno ho visto in tv un film in cui David Suchet impersonava un terrorista. Chi, Poirot? Ma scherziamo?

Un altro attore ucciso dal personaggio.
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mercoledì 24 settembre 2008

Il pioppo della fattoria

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Zagorje (foto prelevata da http://www.via-tours.hr)

12. [Zagorje, vicino una casa di contadini]

POPULUS NIGRA

(Pioppo nero)

(Peuplier noir)

M’hai scompigliato i capelli alle spalle

coi tuoi glabri rombi e leggeri.

Ho cacciato l’amento rubizzo impigliato

nella frangetta umida dello Zagorje

e mi sono voltata.

Non eri il cipressino che ricordavo, ma tu già

ti confondevi dietro un melo troppo gravido e malato.

M’hai salutata ondeggiando dolcemente il corpo:

eri grande e alto e lieve.

T’avevo avvicinato (giovinetta) in una pagina di

Balzac (ma superficialmente);

ho allora affondato

la mia carezza nella fessura della scorza tua profonda.

Il contatto è rimasto intatto e lo sento ancora qui,

pulsare nei polpastrelli.

Vedi, non ho dimenticato.

(JS, Arboraltaccuino, pubblicata)

Un giorno dovrò raccontare dello Zagorje. Non ora, troppo presto.




Al cellulare, con un amico napoletano

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photo by @rteJs

Briciole di conversazione in treno

"Ciao, tutto bene?"

"Sì, a parte la noia della campagna".

"Senti, ma come si chiamano gli abitanti di Louviers?"

"Louveriens. Niente-amore..."

":DDDDDDD"

Bella battuta, Eu. Ti offro il caffè qui sopra.

martedì 23 settembre 2008

È ricca, la sposo e l'ammazzo

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Debbo assolutamente rivedere questo film [l'ho visto solo 4 volte].
Il titolo originale è A new leaf (1971) ed è l'adattamento cinematografico di un racconto americano a firma Jack Ritchie.

Non capisco perché Elaine May (regista, sceneggiatrice e protagonista femminile) l'abbia in seguito ripudiato. Fantastico Walter Matthau nel suo non-romanticismo caustico, incantevole lei nel ruolo della deficiente.

E poi un poco - ma poco poco - è anche commovente. La scena della bevanda preferita da lei, poi... un capolavoro. Meglio il film del libro, a mio parere.

Su youtube, in italiano, si trova solo questo:


Coppia azzeccata: Montale-Hopper

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E. Hopper Room in Brooklin (1932)



Su una lettera non scritta


Per un formicolìo d'albe, per pochi
fili su cui s'impigli
il fiocco della vita e s'incollani
in ore e in anni, oggi i delfini a coppie
capriolano coi figli? Oh ch'io non oda
nulla di te, ch'io fugga dal bagliore
dei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra. Sparir non so
né riaffacciarmi; tarda
la fucina vermiglia
della notte, la sera si fa lunga,
la preghiera è supplizio e non ancora
tra le rocce che sorgono t'è giunta
la bottiglia dal mare. L'onda, vuota,
si rompe sulla punta, a Finisterre.



(Eugenio Montale,La bufera; Finisterre)

Per ridere un po': Cinzia Leone (Strana forte, la gente)

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I romani apprezzeranno...

lunedì 22 settembre 2008

CapaRezza : con le rime ti schiaffeggia e t'accarezza

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Se vuoi leggere chi è Michele Salvemini, in arte CapaRezza, clicca qui.




Testo:

Non sei un uomo se come un frate chiedi perdono. Non sei un uomo se a fare mazzate non sei buono. Non sei un uomo se tua moglie di te se ne fotte. Non sei uomo se... se non la gonfi di botte. Non sei un uomo se non guidi le macchine grosse. Non sei un uomo se non tiri due ganci alle giostre. Non sei un uomo se hai paura di tornare in carcere. Non sei un uomo, sei un gay se ti metti a piangere.
Non sei un uomo e farai una brutta fine. (x2)

Non sei un uomo, se non hai la pancia sferica. Non sei un uomo senz'abito buono alla domenica. Non sei un uomo se di notte non vai al bordello. Non sei un uomo... se non ti tira il pisello. Non sei un uomo se ti arrendi e non mostri gli artigli. Non sei un uomo se non prendi a ceffoni i tuoi figli. Non sei un uomo se il rispetto che hai non ti basta. Lo sai cosa ti manca? Un ferro nella tasca.
Non sei un uomo e farai una brutta fine. (x2)

Rit.: Non ascoltare questi maldicenti. Non si va avanti con la forza, ma con la forza degli argomenti. Non ascoltare questi mentecatti. Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti. Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti (x4)

Non sei un uomo se non hai lo stereo più potente, e poi si vede dalla foto che hai sulla patente. Non sei un uomo se perdi tempo a studiare i libri; se sei un uomo, meglio che inizi con gli scippi. Non sei un uomo se ti beccano la piantagione. Non sei un uomo se dalla prigione fai il mio nome. Non sei un uomo se mi fotti, che se me ne accorgo... non sei un uomo vivo, tu sei un uomo morto.
Non sei un uomo e farai una brutta fine.
(x2)

(Refrain).
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A chi piace, a chi no. A me piace.

Melancholia

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Albrecht Dürer (Melancholia, 1514)
immagine prelevata dal sito http://www.arthistory.about.com


Cecco Angiolieri (Siena, 1260-1312)

Sonetto

La mia malinconia è tanta e tale,
ch’i non discredo che, s’egli ‘l sapesse

un che mi fosse nemico mortale,
che di me di peta(de) non piangesse.

Quella, per cu’ m’aven, poco ne cale:
ché mmi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ‘n un punto di tutto ‘l mie male,
se della pur “ I t’odio “ mi dicesse.

Ma quest’è la risposta c’ho da llei:
che della nommi vòl né mal né bene,
e ched i’ vad’ a far li fatti mei,
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ e pene,

men ch’una paglia che lle va tra ’ piei.


Mal grado n’abbi’ Amor, ch’a lle’ mi diène.

___________

Eh.

(Ricordo che al liceo l'avevo pure messa in musica. Forse è per questo che è l'unica poesia che ancor oggi possa recitare a memoria. Ma solo se la canto.)



domenica 21 settembre 2008

Né sogno né cigno: Vesna Parun

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foto prelevata dal sito www.sagarana.net


1.

La porta aperta

(Otvorena vrata)


Persino gli uccelli, quando in autunno abbandonano

le paludi, addio sussurrano

ai canneti muti e ricurvi

laddove scompare il bagliore dell’estate.


Persino gli alberi si accomiatano dagli alberi

nell’angoscia e nel dolore

posando i rami loro assenti

gli uni sugli altri, nello sciabordio del torrente.


Lui invece aprì la porta della baita

guardò il cielo e se ne andò,

lasciando acceso il lume

accanto ai libri immobili e al silenzio

turbato dall’ondeggiare delle ombre.


Trasformalo, o notte, in pietra nera

all’incrocio delle strade, ai piedi della montagna cupa

là dove l’ululato dei lupi scende fino al mare!

S’ammucchino pure le foglie su di lui

dissimulando col loro fruscio

la sua triste solitudine.

Lo eviti la luna

e non l’indori del bagliore

che acquieta le valli.


Trasforma, o notte, in fiore il suo cuore

sulle alte vette dell’indifferenza

dove più non giungano le mie lacrime

al sale delle alghe confuse.


Trasformalo in isola fredda

dalle implacabili rive e selvagge

dove mai si poseranno

la cicogna e l’airone cinerino.

Gli uragani del nord e del sud

agitino i suoi promontori

assediati dal rimprovero delle onde.

E ovunque attorno a lui

si stendano la tristezza del mare

e la disperazione, e l’infinita speculazione.


Allora chiuderò la porta

e spengerò quel lume affaticato.

Dolcissima sarà la notte

e di nulla avrà ricordo.


Sarà irreale. La lontananza

si stenderà tra me e lui

come una buona mano amica

che il deserto del mondo nasconde.

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da Né sogno, né cigno (poesie scelte di Vesna Parun). Caserta, Spring Edizioni, 1999.
Prefazione di Predrag Matvejevic. Traduzione dal serbocroato e nota critica di Jacqueline Spaccini.
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Il frassino dell'Abbaye de Beauport (Bretagna)

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foto prelevate dal sito internet www.bretagne-tip.de/architektur/bretagne-abbaye-de-beauport.htm

Dalla quarta di copertina di Arboraltaccuino:

Innamorarsi è uno stato magico e spesse volte del tutto casuale; innamorarsi degli alberi, di alcuni di loro, lo è ancor di più. Per me è stato come un ritrovamento, un susseguirsi di sassolini bianchi (come quelli di Pollicino) a marcare i punti, i passaggi, dall’infanzia all’età matura. Una pleiade più numerosa di quella stellare, il segno di una vita che si compie all’ombra degli alberi, presenze discrete e silenziose.

Ognuna di queste piante è un appuntamento, ove rappresentare il dialogo muto e continuo con me stessa. Ci sono alberi che si amano, altri che si odiano. Qui ci sono anche quelli che si temono: ma sono tutti ugualmente importanti, così come i luoghi nei quali sono evocati e le lingue alle quali sono ricorsa.

Ora, se mi volto, vedo solo teneri rametti, spezie preziose ed erbe profumate, stecchi umidi e ancor selvatici.

Ed è un’altra illusione.

I.

[Bretagna, abbaye de Beauport]

FRAXINUS EXCELSIOR

(Frassino)

(Frêne)


* * *


Quando ci presentarono avevi

da poco festeggiato il bicentenario

(e finito di appropriarti di un’abbazia in rovina).

“Beau port” è stato il tuo più che dei bretoni

monaci viandanti, che dal Nordamerica

rivoltoso t’aveano per sé rapito.

Non sempre, è vero, ho saputo contare

le impari foglioline per distinguerti

dalla Pterocarya; così mi scuserai se

diffido delle stipole ingannevoli e

attendo le sàmare autunnali

per riconoscerti.


(JS, pubblicata)

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Ci debbo tornare. È un luogo magico, da cui si vede il mare. Ho tante belle foto. In qualche scatolone, laggiù in Italia. Nelle mie foto si vede bene anche il frassino in questione.

Che fai tu, luna nel ciel? La non-risposta di Magritte

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Così giustifico il premio ricevuto da Valverde (clicca qui), che attribuisco a tutti quei blogger presenti nella mia lista amici che se ne vogliano fregiare.

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René Magritte (1898-1967), belga, l’uomo con la bombetta, dal volto occultato ora da una colomba ora da una mela verde, è anche l’autore di due dipinti in cui convoca la luna, protagonista dei seguenti quadri: Le Maître d’école [“Il maestro” (1954, olio su tela, 81 x 60 cm, Ginevra, collezione privata)] e La Robe de soirée [“L’abito da sera” (1954, olio su tela, 80 x 60 cm, Bruxelles, collezione privata)].

La sua è una luna a falce, rivolta ora a ponente ora a levante, bianchissima nella sua esiguità, su uno sfondo privo di stelle, di un blu pervinca. Essa è posta immediatamente sopra il capo di figure umane (l’uomo con la bombetta nel Maître d’école, una giovane donna nella Robe de soirée), che volgono le spalle allo spettatore del quadro. Perché? Qual è il significato di questa luna presente nelle due tele?

Magritte ha sempre pensato che la pittura dovesse essere poesia, e che la poesia chiama il mistero. Ma mistero di che? E perché la luna dovrebbe essere simbolo del mistero secondo Magritte? Intanto, i personaggi, volgendo le spalle a noi che guardiamo il rettangolo dipinto, non si presentano frontalmente, non ci offrono il loro volto e, con esso, la possibile decrittazione dei loro pensieri. D’altronde, spesso la posizione frontale “magrittiana” non apporta nulla allo spettatore, dal momento che il pittore ne copre il volto con oggetti vari (colomba, mela, lenzuolo, luce, etc.)… I motivi sono molteplici; ne do due: a) quel che deve interessare colui che si pone dinanzi al quadro non è la figura umana; b) il soggetto della tela deve rimanere misterioso.

E torniamo alla nozione di mistero collegato alla poesia. Dunque, la poesia – in questo caso, pittorica – è mistero, suo scopo è quello di porre enigmi, di renderli visibili senza per questo proporne una soluzione. Gli enigmi non si risolvono (perché non vanno risolti o non possono essere risolti); però, un linguaggio straordinario – quale è quello dell’arte – è in grado di suggerirne la penetrazione. Insomma, la pittura può – e deve – provocare in noi l’interrogazione essenziale del presentimento del mistero: un tableau doit être fulgurant (“un quadro deve essere folgorante”), scriverà Magritte nel 1958. Nel senso che il suo effetto deve essere di una sorpresa accecante agli occhi stessi del suo autore: piuttosto che cercare instancabilmente di scoprire i segreti (della vita, del suo senso non visibile), va suscitata nello spettatore l’intuizione del suo valore nascosto (qui, sulle orme di Heidegger, che pensava il mistero come qualcosa di inerente all’essenza della verità).

Ecco perché egli ci invita ad osservare il paesaggio che stanno contemplando i suoi personaggi (uomini o donne che siano), anch’essi spettatori, della manifestazione del mistero. E che cosa stanno quindi contemplando i suoi personaggi? La luna luminosa nel cielo, limpido e senza stelle (e per ciò stesso metaforico, non reale) al di sotto del quale si stende un paesaggio appena abitato (si intravedono le silhouettes di alcune case, filari di alberi in lontananza, e ciottoli su un suolo desertico in prossimità) in Le Maître d’école; mentre in La Robe de soirée lo sfondo è occupato da una distesa azzurra, d’un tono più chiaro del cielo, cioè un mare placido e senza onde.

Si sa che i titoli di Magritte sono sempre fuorvianti, e anzi apparentemente lontanissimi dal soggetto proposto. Enigmatico resta nella sua incomprensibilità il titolo del Maestro, mentre quello del secondo quadro ci aiuta a comprendere il motivo per il quale la giovane donna ritratta di spalle è nuda. L’abito da sera è quel cielo e quel mare, la luna stessa con la quale la giovane donna ha presumibilmente un appuntamento. E’ un abito meravigliosamente metaforico il suo, che la rende partecipe della comunione con la natura, l’universo; e, in ultima istanza, con la vita.

Magritte, che è stato uno dei principali rappresentanti del Surrealismo, suggerisce allo spettatore che se esiste una chiave in grado di avvicinarci al senso nascosto del mistero (“la chiave dei sogni” è il titolo di un quadro di Magritte), essa è da ricercarsi nell’immaginazione e in quelle associazioni “inattese” che si palesano nell’arte (e nei sogni), definite poeticamente dal pittore stesso la trahison des images (il tradimento delle immagini) al riguardo del suo Ceci n’est pas une pipe (“Questa non è una pipa”, 1928/29). Non è un caso che i titoli di molti quadri magrittiani siano stati dati a partire dal gioco surrealista: una mano che pesca parole scritte su bigliettini che sono stati messi senza ordine logico in un cappello…

La luna accoglie da sempre un valore notturno metaforico (e quindi non solo astronomicamente parlando), in quanto, nell’associazione libera dei significati, ciò che è notturno è legato a ciò che non si vede, e per gli occhi che non vedono, il buio è l’ignoto, il mistero.

Nella pittura di Magritte, la luna è – una volta tanto – elemento non incongruo, più vicina alla Weltanschauung (pre)romantica che surrealista, con la differenza che all’interrogazione leopardiana (Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna?) non fa riscontro nella pittura di Magritte alcun anelito di risposta: la sua luna se ne sta lassù, affissa nel suo cielo di cartapesta: non accoglie domande, bensì lo sguardo, che non vediamo, dei personaggi del quadro e il nostro, di spettatori, che nessuno vede.

Ed è bene che sia così.

[ commissionatomi e scritto il 27/03/2001]

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Credits: immagini prelevate da google

sabato 20 settembre 2008

Chiama piano (Fabio Concato e Pierangelo Bertoli)

6 commenti
Una bellissima canzone.

Tornando a casa...

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Gare de Caen, voie G (photo by @rteJS)

Eh, mica era così, ieri pomeriggio...
Ieri era venerdì, la stazione di Caen era strapiena di pendolari che tornavano a casa (Parigi e zone limitrofe). Ed io ho preso un treno che non era il mio (ergo, niente prenotazione).
Vai alla ricerca di un posto che sia senza fogliettino bianco...
Alla fine, ne ho trovato uno.

Treno così affollato che qualcuno ha pensato bene di sdraiarsi a terra con la sua ragazza accanto.
Quel qualcuno si è visto scavalcare al volo (talvolta si deve anche andare alle toilettes!), con un salto in lungo preceduto dal grido Bougez pas ! (= Non muovetevi!). Il suddetto ragazzo ha protestato per la cosa e si è sentito rispondere: T'as qu'à te lever... (= Alzati, allora).

Durante il viaggio, mi è anche caduto un valigione sulla faccia (ora assomiglio vagamente a Scarface) e la clim' non funzionava (incredibilmente, faceva pure caldo).

Il treno successivo (quello per Saint-Cloud) era meno affollato, in compenso.
Solo che l'ho preso al volo, correndo dal binario 26 al binario 2 della gare Saint-Lazare... L'autobus che mi conduceva davanti al mio numero civico... lasciamo perdere.

Un altro pomeriggio da cani.


giovedì 18 settembre 2008

Battuta della settimana

13 commenti
Foto rimossa per la privacy del soggetto ritratto
Romain e Mustang (photo by @rteJS)

Romain a me: Mamma, se rinasco, voglio essere un tuo amico.

(Sottinteso: non vali granché come madre, poco come moglie, ma come amica sei speciale)

Come la debbo prendere, come un complimento o una battuta sarcastica?
Ci faccio una risata su?
Ce l'ho fatta.