giovedì 23 ottobre 2008

Mustang, il beagle dormiente

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Ormai quel divano è suo (photo by @rteJS)


Quant'è bello.
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Cicero pro domo sua (pubblicità)

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I tetti azzurri di Caen visti dalla mia mansarda (photo by @rteJS)




Réflexions autour des dictionnaires bilingues et multilingues

Lieu : MRSH, salle des Actes
Début : 13 nov. 2008 - 17:00
Fin : 13 nov. 2008 - 19:00


Jacqueline SPACCINI, chercheuse associée à ERLIS : Le dictionnaire bilingue croate et l’étrange affaire de l’italien surréel.

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Dovendomi fare pubblicità...

martedì 21 ottobre 2008

E le pinoccate, allora?

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cartina prelevata dal sito: www.informagiovani-italia.com



L'Umbria.
Sembra tutta uguale per chi non la conosce bene. E invece no.
Anche la parlata cambia notevolmente. Io so riconoscere da un semplice "Buongiorno" se chi me lo dice viene da Umbertide o da Gubbio, da Gualdo Tadino o da Città di Castello.
Mentre sono incapace di riconoscere le sfumature della parlata dell'Umbria del sud. Uno di Terni o di Cascia potrei prenderlo per un frosinate, tanto per dire. Mi piace tutta, ma quella della zona nord-est (per forza...) di più.

Non siamo ancora a Natale.
Però, a forza di parlar di brustenghi e di mazzafegati (cfr. post sottostante), m'è venuta voglia di pinoccate. Che sono di Perugia.
Dono agognato, le ricevevo a Natale. Insieme con mandarini, arance e noci.
Fantascienza.

Erano avvolte in una carta scrocchiante, d'un bianco lucido abbagliante e con delle scritte verdi e rosse. Come grosse caramelle, a forma di rombo.
Dentro ce n'erano sempre e solo due, sovrapposte. Ai tempi miei (tempi - per intenderci - in cui esisteva solo il torrone bianco e duro), rare erano quelle al cioccolato; noi avevamo quelle bianche, con dentro i pinoli, fatte d'acqua zucchero e limone (clicca qui per la ricetta).


La cosa più dolce che mi si sia sciolta in bocca.


foto prelevata dal sito: www.turismo.comune.perugia.it

Il "brustengo"

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immagine prelevata da www.montecucco.pg.it

Un tempo a Gubbio, brustenghi venivano (non credo esista più tale denominazione) definiti gli eugubini inurbati, vale a dire quelli che non erano della città, ma provenivano dalle campagne e dai monti d'attorno. Era un termine dispregiativo. In senso traslato, stava ad indicare chi aveva maniere grezze.

Ma il brustengo è anche un cibo (cfr. foto in alto). Non è quello che ricordo io. Troppo "raffinato", questo (per la ricetta - con patate e verza: clicca qui. È ottimo, il sapore).

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P.S. Per quanto riguarda la ricetta, la mia variante è la seguente: niente lardo, bensì olio, aglio, pepe. Le patate non le riduco a purè, bensì le schiaccio grossolanamente. Il cavolo verza lo metto dentro a foglie (faccio prima), durante la lessatura. Zinzino in più: noce moscata che grattugio verso la fine. Il composto non lo faccio divenire una frittata. Lo lascio morbido: ha un sapore più delicato. (I miei ospiti, la prima volta che hanno visto la padella - che porto in tavola - con questa "cosa gialloverde" dentro, avevano uno sguardo discretamente interdetto. Svanito, dopo averla assaggiata. E ne richiedevano, ne richiedevano. E pure la ricetta.)
Piatto ideale per quando fuori fa freddo.

Curiosità: del vero brustengo, se ne parla in questo b
log, in cui si cita anche il mazzafegato (nella versione non dolce: ah, che ricordi!)

foto prelevata dal sito: www.gubbiosalumi.it


domenica 19 ottobre 2008

Luigi Sabatelli: Il Concilio degli Dei (gioco)

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(Foto scandita tramite mio scanner da:
Historia thématique n°115, sept-oct 2008)



Vi propongo un gioco.
Cliccando sulla foto, essa si ingrandirà a dismisura.
Rappresenta Il Concilio degli Dei (1822 ca.) come l'ha dipinto Luigi Sabatelli (1772-1850), che si può ammirare qui, nella sala dell'Iliade di Palazzo Pitti.

E dunque, eccovi il gioco-ripasso.

a) Guardate le 22 rappresentazioni affrescate degli Dèi dell'Olimpo.
b) Assegnate un nome (senza barare, ché non c'è più gusto!) a ciascun personaggio mitologico, d'istinto, grazie ai suggerimenti iconografici del Sabatelli.
c) Per essere veramente d'istinto, il tempo di riflessione non dovrebbe superare i 5 minuti (10, per voi che dovete cliccare sulla pagina e ingrandirla).

L'ho fatto anch'io. Tutti azzeccati, tranne tre (il 17 - facilissimo peraltro -, il 18 e il 22) di cui proprio non riuscivo a venire a capo... perché non sono tutti dèi!

Soluzioni di Strampamolly (in rosso)

Soluzioni date da me, in assenza di risposte (in verde)

1. Zeus (Giove) - latino o greco, mescolati, va bene tutto
2. Ganimede
3. Atena (Minerva)
4. Hermes (Mercurio)
5. Efesto (Vulcano)
6. Afrodite (Venere)
7. Le Catiti (le 3 Grazie)
8. Dioniso (Bacco)
9. Ares (Marte)
10. Eros (Amore)
11. Poseidone (Nettuno)
12. Le Moire (Le Parche)
13. Cerere (Demetra)
14. Pan (Fauno)
15. Ade (Plutone)
16. Hera (Giunone)
17. Nike (la Vittoria alata)
18. Asclepio (Esculapio)
19. Febo (Apollo)
20. Artemide (Diana)
21. Ercole
22. Ebe (Juventas)

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Buon divertimento (sperando che vi diverta)...

sabato 18 ottobre 2008

Dieci minuti di ricreazione (il 24 maggio)

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Totò e Peppino - cugini nella finzione - alias Cesare Posalaquaglia e Peppino Posalaquaglia al processo intentato da Lola Capponi (una prostituta impallinata da un cacciatore in una fratta di Ciampino) nel film La Cambiale (1959).

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Chi non ricorda l'incipit: "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio..."? (Isotta la saprà tutta a memoria. C'è da scommetterci)
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Parodia del mio adoratissimo Ivano Fossati

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Di parodia in parodia, ecco Rocco Tanica e Ivano Fossati (il quale, stranamente, si presta alla propria caricatura).

La canzone originale che viene" fossatizzata" è questa (Mina, Stessa spiaggia, stesso mare):



E Rocco Tanica:



La versione autoparodizzata:



Poi dicono il postmoderno.
Poi dicono l'intertesto e l'ipotesto...
(oui, je suis très genettienne)

E la canzone più bella di Ivano Fossati (per me): C'è tempo.



Senza parodie, questa.
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L'ha detto Genette!

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foto prelevata dal blog di compagnia reale (http://blog.libero.it/compagniaAI/2996254.html)

Da: Gérard Genette, Figures V. Paris, Seuil, 2002, p. 134. (Mia la traduzione di seguito)


Une foule hystérique s’apprête à lapider une femme adultère.
Jésus intervient : "Que celui qui n'a jamais péché lance la première pierre."
Tout le monde s'arrête, sauf une autre femme, plus très jeune, mais très digne, qui s'avance avec un gros pavé, et écrabouille sauvagement la tête de la péchéresse.
Alors Jesus : "Maman, tu fais chier !"

*

Traduzione alla romana:

Una folla isterica si accinge a lapidare un'adultera.
Interviene Gesù: "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra".
Tutti si fermano, tranne un'altra donna, non più giovanissima ma molto dignitosa, che viene avanti con un sampietrino in mano col quale spappola selvaggiamente la testa della peccatrice.
E Gesù, allora: "A ma' ... e nun me fa' 'ncazzà!"(1)

L'ha detto Genette. Indegnamente, relata refero.
In compenso, io tiro il sasso e nascondo la mano.

* * *
In realtà, Genette se ne serve (nel capitolo Morti dal ridere) per introdurre la parodia sacrilega, laddove nel Witz, si sfocia su un episodio chiaramente apocrifo. Che poi la peccatrice sia identificata con Maria Maddalena è un errore marchiano, in quanto - scrive sempre Genette - una prostituta non è adultera. Sempre che si dia credito all'autenticità dell'evento evangelico.

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(1) Letteralmente: fai cagare

venerdì 17 ottobre 2008

Prendre femme : un film di Ronit Elkabetz (israeliana)

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Prendre femme è un film dell'israeliana Ronit Elkabetz. L'ho visto questo pomeriggio, ma risale al 2004. Del film, è la sceneggiatrice, la regista e l'interprete principale. Perché è una storia autobiografica (racconta in chiave moderna quel che vedeva in casa sua da piccola).

Storia israeliana, ma neanche tanto. L'azione si svolge ad Haifa, presso una famiglia di ebrei marocchini (nel film si passa dal francese all'ebraico e viceversa). Lei parla quasi sempre in ebraico, in francese urla solo. Il marito preferisce ricorrere ad un francese magrebino e a stento si esprime nella lingua d'Israele. Eppure è lui il tradizionalista osservante.

Sono genitori di 4 figli, il problema è che lei non lo ama più e lui la ama ancora (ma non sa dirlo, né dimostrarlo). Il problema è anche che lei va verso la modernità e lui è ancorato ai valori tradizionali uomo-donna.

Attorno a questo nucleo familiare ci sono i vicini e i parenti (i fratelli di lei, la madre di lui, etc.).
Tutti interferiscono nel loro ménage. Quasi tutti consigliano all'ancora giovane Viviane di restare accanto a Eliahou, vuoi per convenienza sociale vuoi per osservanza delle leggi morali e religiose.



Non mi interessa chi abbia ragione. Personalmente il personaggio del marito mi fa molta tenerezza. Quel che mi ha colpito è il temperamento e il modo di approcciarsi che ha Viviane. Mi ci sono riconosciuta per certi tratti esteriori: affettuosissima con il figlio maschio adolescente (d'altronde, me lo dicono da anni che sono una mamma ebrea, pur non essendolo), melodrammaticamente teatrale nelle scenate, nel voler affermare (... urlare) quel che sente dentro di sé, assolutamente astratta e distante di fronte alle altrui dichiarazioni d'amore.

Certo, Ronit è una donna eccezionalmente affascinante. Molto più sullo schermo che nelle interviste (che pure ho viste). Ha scritto di lei la critica televisiva Cécile Mury: corps altier, beauté fatiguée mais impérieuse. Mai parole furono più azzeccate.



Metto qui due frammenti del film (di cui però non ho amato il finale aperto). Purtroppo non ci sono sottotitoli in italiano, ma bastano le espressioni del suo volto.

Il primo ha luogo nella rettangolare e angusta cucina di casa, con i fratelli e i vicini attorno, che la sconsigliano - quasi tutti - di divorziare da quel sant'uomo del marito.

Il secondo - sempre in cucina - filma lo scoppio di nervi di Viviane di fronte al marito che le chiede che cosa pensa mai di fare (segue scena madre classica - in yddish - con polpette al sugo gettate sul pavimento e pianti disperati in mezzo ai parenti).
Bellissimo film.

Andremo tutti in Paradiso?

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Prendi un libro in mano. A meno che tu non venga agguantato a partire dalla terza riga, bisognerà che ti ponga la domanda.

Continuo?
Vedo se mi piace un po' più in là?

Lo firmo il patto di fedeltà con il suo autore?


Sono le domande che mi sono posta dopo ben oltre le tre righe iniziali di questo romanzo americano, letto nella traduzione francese.

E dunque ho accettato che si parlasse di vita ultraterrena; ho accettato di muovermi in una moderna divina commedia, più soft, meno movimentata e in formato tascabile.

Eddie, l'anziano protagonista raccontato da un narratore neutro e onnisciente, muore nel tentativo di salvare una bimbetta in una specie di Disneyland (dove lui lavora da 50 anni) di serie C. Senza sapere se l'ha salvata, la bimba. Da lì, prende avvio il romanzo.

Esistono delle regole in questo "paradiso per gradi" di Mitch Albom. Bisogna incontrare 5 persone, prima di...
Ma non sto a raccontare. Se vi viene voglia di leggerlo, esiste anche la versione italiana (Le cinque persone che incontri in Cielo, BUR, 2005, 9€. Trad. A. Tissoni).

Vorrei invece lasciare qui come sassolini qualche passaggio, che traduco all'impronta, seduta stante:

La vita era andata avanti senza di lui [Eddie, n.d.t.]. Lui si era semplicemente accontentato di sedercisi dentro.

Non hai capito: sacrificarsi è parte integrante della vita. Bisogna farli, i sacrifici. Non si deve rimpiangere nulla, bensì aspirare ad essi, piccoli o grandi che siano, quelli di una madre che lavora per pagare gli studi al figlio o di una ragazza che torna a vivere dai suoi per occuparsi del padre malato.
[...]
Ti ho sparato addosso, d'accordo, e tu hai perduto qualcosa ma hai anche guadagnato qualcosa. Che cosa, non lo sai ancora. Anch'io, d'altronde, ci ho guadagnato la mia parte.
- Che cosa?
- Ho mantenuto la mia promessa, non vi ho abbandonato nella radura.
(è un capitano dell'esercito durante la guerra in Vietnam che parla all'Eddie soldato)

Mi lasci dire una cosa (dice una vecchia sconosciuta che ha assistito agli ultimi istanti di vita del padre - odiato - di Eddie): ruminare la propria rabbia è un veleno che corrode dall'interno. Noi pensiamo che l'odio sia un arma rivolta contro una persona che ci ha fatto del male. Ma è un'arma a doppio taglio. E il male che crediamo di fare, è a noi stessi, soprattutto, che lo facciamo...

Le ombre presero posto alla loro tavola ed essi mangiavano in loro presenza.
[...]
La linfa del loro amore dormiva sotto le radici.
[...]
Le acque del loro amore si rovesciarono di nuovo, venendo giù dall'alto, e li inondarono, come le onde del mare ai loro piedi.
(Sul rapporto d'amore tra Eddie e Margherita in terra e poi in cielo)

Insegnamenti morali. Cristiani. Ma sì.
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Son tutti schedati!

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René Magritte, Golconde, 1953
immagine prelevata dal sito http://www.allposters.it



C'è un sito meraviglioso che ho scoperto stamani: questo.

Di che perderci le ore a consultarlo... (inserite un nome che sia noto anche agli americani. Lucio Dalla, per esempio, non c'è. Leonardo da Vinci, sì).
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martedì 14 ottobre 2008

Storia della mia famiglia per immagini e poche parole (2)

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Mia madre, mio padre, mia zia Dea, a Gubbio, in occasione della Festa dei Ceri (A.D. 1959).
Papà, non ne hai persa una.

Stavolta, la bombolotta della foto sono io.

13 (su 14) mesi di allattamento al seno materno.
E si vedono.


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(Grazie, Lori)

IT HAS A BIG POTENTIAL !

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Vi sottopongo un articoletto divertente a firma Oliviero Ponte di Pino (Il Sole 24 Ore, 12/10/2008, p. 38), che ho appena letto, di cui all'oggetto di questo post.

Sottotitolo: Dizionario semiserio scritto da un manager di lungo corso per capire che razza di libro vi propone l'editor straniero con cui state trattando.

Se qualcuno di voi si sta chiedendo - o si è chiesto - secondo quali criteri alle varie Buchmesse (Fiera di Francoforte) o London Book Fair si scelgano i libri da proporre in traduzione (italiana, nel nostro caso - ma vale anche per tutti gli altri), legga qui di seguito.

Cito:

"[...] È un vortice di incontri, cadenzati ogni mezz'ora, tra chi compra (editors) e chi vende (ovvero ci si occupa di foreign rights), presentando la lista dei titoli (rightslist) che offre in quella stagione [...] e magari rilanciando qualche vecchio titolo (backlist) [...].

La fiera di Francoforte, nell'esperienza di Umberto Eco:
Il primo anno è una vertigine, il secondo una rivisitazione. Il terzo una lieve irritazione; dal quarto in avanti è un inferno. Ci sono andato per quindici anni".

E veniamo alla parte succulenta dell'articolo: la decrittazione delle frasi (rigorosamente in inglese) che si scambiano tra gli stand.

Si clicchi sopra per ingradire il ritaglio di giornale:



No comment.

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La carte vitale assurance o dei contrattempi col sistema sanitario francese

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Eccola qui, la maledetta cui non avrò mai diritto, quella che mi fa tribolare.

Riassunto delle puntate precedenti:
Metti che tu lavori in Francia e che non abbia la nazionalità francese (non sto a spiegare perché, lunga è la storia mia e della mia famiglia).
Dirai: Unione europea! Trattato di Schengen! Modernità! 2008!

Macché. Per avere diritto alla mutua francese bisogna produrre certificati su certificati, attestazioni dietro attestazioni. E non basta. I tempi di attesa per espletamento pratiche, poi...

Insomma, sono ancora in alto mare. Ma la carte vitale non me la danno, né ora né mai.
Sicché, quando tutto sarà alfine a posto (aveva ragione Buzzati), dovrò sempre - anche per andare dal farmacista - esibire il papiello attestante i miei diritti, farmi compilare seduta stante una feuille de soins (clicca qui) dal farmacista e aspettare il rimborso (parziale, eh!) delle spese sostenute per medicinali (e visite mediche, ma questo vale anche per gli altri).
La prima volta 6 mesi, poi solo 2.

Fai la mutuelle, allora! Ne vogliamo parlare? No, meglio di no.

Carte vitale... sì, ma vitale per chi?

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lunedì 13 ottobre 2008

Amor astratto e amor concreto

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Il mio concetto di amor astratto e amor reale.

In questi giorni, mi capita di venire a contatto con cuori (ma quanti siete?) dilaniati tra opposte tensioni: di qua, l'amore che si conosce e che talvolta manda un odore di fiore appassito, incancrenitosi nella troppa acqua (non cambiata) della convivenza; di là, lo specchio scintillante dell'amore intonso, mai toccato, sfiorato forse, ma non colto, né reciso.

Non mi ergerò a giudice (figùrati), né ad arbitro: dico la mia. E naturalmente, mi metto in discussione per prima (seppure con lo sguardo rivolto all'indietro). Per provare a capirci qualcosa senza presunzione di risolvere alcunché; un'ipotesi di lettura, con un suggerimento finale, null'altro.

Andrò avanti col machete, perché questa è una selva perigliosa, di cui nessuno possiede il diserbante in grado di uccidere solo le piante infestanti e lasciar sane le buone.

1. Qual è il vostro concetto di amore? Come dovrebbe essere il vostro rapporto con l'altro/a?

Il mio è questo:


(questa e le successive immagini sono prelevate dal sito: http://www.allposters.it)
Edmund Blair Leighton, L'Elogio, 1901

Di che far scappare a gambe levate un uomo.
Ponetevi la domanda e saprete se la vostra risposta ideale coincide con l'uomo o la donna reali che avete accanto. E molti dubbi spariranno. Ma non basta.

2. Che rapporto avete con la vostra esteriorità?

Diego Velázquez La toilette di Venere, 1648-1651

Michelangelo Buonarroti, David, 1501-1504

Eh sì (veritiera o meno che sia tale immagine agli occhi degli altri poco importa): se voi vi vedete così, vuol dire che siete di quelli che non sono disposti ad accontentarsi. E non parlo del fisico altrui, parlo della consapevolezza di sé. Se invece vi sentite "brutto anatroccolo", avete un handicap in più: piacere in primo luogo a voi stessi.

3. Come vi vedete interiormente?
Così?


David Caspar Friedrich, Le bianche scogliere di Rugen, 1818


Oppure così?


Jacob Ruysdael, Mulino a vento a Wijk, 1670

Non sto a spiegare; non mi piace spiegare. Le immagini parlano meglio delle parole.
Ma se non siete - non vi sentite - come quell'abisso romantico e prepotente del tedesco più amato dell'Ottocento e vi riconoscete nel pacato e insieme delicato, malinconico del fiammingo più sconvolgente del XVII secolo... e vi innamorate del quadro opposto fattosi persona... Chi vince?

Perché, il rapporto amoroso è un rapporto di forza?
Sì.
Sì, lo è.
Si può contrattare, dominare o essere dominati, fuggire, mordere, fare la lotta, ignorarsi, tutto quello che volete, ma ci sono due forze, la vostra e la sua, che si incontrano e spesso si scontrano.
La personalità è una forza. La mancanza - anche - di forza è un tratto che va a pesare nella bilancia dei rapporti.
Se questo è il rapporto amoroso, sul signficato profondo dell'amore ho tutt'altro concetto, ma non basterebbero post su post...

Vabbè, e allora torniamo "a bomba",
4. come conciliamo tutto ciò con l'amor astratto?
Eccolo, l'amor astratto:


Ilhan Yildirim, Aleenstaande Boom, s.d.

Come si vede, non è astratto. Non del tutto. E già, ché quando si nutre nel cuore un amor di questo tipo, è un sentimento che si rivolge a qualcuno che corrisponde - perlomeno astrattamente - a un qualcosa di insoluto, di non ben precisato, ma che si incolla come carta da parati ad una persona ben concreta.

Che i sogni restino tali, è il mio suggerimento.
Pensate a quel fiore reciso che manda un cattivo odore fin troppo noto nella vostra casa. Quest'altro profuma... ma aspettate che sia reciso, colto, annusato.
Non è un invito alla rinuncia, bensì un richiamo alla realtà.

E se poi siete guerrieri, con una profondità da brivido e una incontenibile sicurezza di voi, se insomma non ce la fate più, buttatevi e rischiate; che vi debbo dire?

Ma l'amor astratto, l'amore ideale, sparirà. Comunque.

Il tutto secondo me, va da sé.

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Lay all your Love on Me (dal film Mamma mia!)

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ABBA, fortissimamente ABBA.

Una scarica di adrenalina di prima mattina. Mi ci vuole.

Vi ci vuole?

Le monde à l'envers

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Grand Prix 2008 du 10e Festival des Très Courts

(è in inglese sottotitolato in francese. Ma potrebbe essere in ugrofinnico: si capisce tutto)


The job
envoyé par trescourt

domenica 12 ottobre 2008

Il ghiacciolo ARCOBALENO (revival)

7 commenti
foto prelevata dal sito: http://www.pagine70.com/

Oggi va così: a colpi di amarcord.
E mi ricordo benissimo che il ghiacciolo Arcobaleno NON era come quello della foto.
L'ho ingrandita, infatti, cliccandoci sopra e no, proprio no, non costava 100 lire.

Questo è un ghiacciolo Arcobaleno "liftato".
Quello "vero" (oddio, quello mio) costava 5 lire in meno del cremino, ossia 25 lire. E stava compreso in una confezione semitrasparente che quando l'aprivi ti rimaneva appiccicata al ghiacciolo.

Non mi piaceva, ma quello potevo permettermi.
Non mi piaceva, a parte la sommità che sapeva di coca-cola. Reggevo anche la fragola e il gusto limone, mi piaceva quello all'arancia, ma quando si arrivava alla fine... questo me lo ricordo bene, c'era la menta. Odiavo (e tuttora odio) la menta.

Avrei potuto buttare la parte finale con lo stecco. Macché. Sarebbe stato come buttare 5 delle 25 lire (sempre ecònoma sono stata).

Lo compravo all'oratorio salesiano (dicevamo: dai preti). Tra una pattinata e l'altra.

sabato 11 ottobre 2008

La "vergogna" di leggere fotoromanzi

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A Laura, che non scrive ma legge e ricorderà...

Era vergogna. Non si poteva dire in giro che leggevamo i fotoromanzi.
Certo, mica Bolero o Sogno. Noi miravamo in alto, guardavamo alla serie A, le Edizioni Lancio.

La mente corre subito a Franco Gasparri?

Ma esiste un di Franco Gasparri.
A me piaceva quello con la faccia da Clark Kent.
Bellino, ammodo, un po' "torso", da lui non ti saresti mai aspettata che ti facesse del male (e infatti era il Buono). E poi dava del "voi". Jean-Marie Carletto, insomma (Franco Dani - quello della copertina in alto -, l'ho sempre ignorato).

Mica come Kirk Morris (veneziano, ma noi credevamo che si chiamasse per davvero così).
E poi arrivò Max Delys, così tenebroso, imprescrutabile...
Max, altro francese, che morirà a 30 anni, nel 1981.

(Detto tra noi, portavano jella, i fotoromanzi: a parte il gravissimo incidente che occorse a Gasparri, costringendolo giovanissimo alla sedia a rotelle [e scomparso a soli 50 anni], ricordo - quando ancora li leggevamo, la morte di una giovanissima attrice, Erika).

E dunque, dicevo, era vergogna. Guai a spendere soldi per comprare un fotoromanzo. Ma noi avevamo un'amica che ce li passava (anzi, mi pare che li leggessimo a casa sua), Cristina C., e ci facevamo spanciate di dialoghi scritti corredate da corpi immobili come statue.

Dunque, l'onore era salvo.

Quanto alle donne, due proprio non le sopportavo: Michela Roc - la Catherine Deneuve del bianco e nero e l'altra, l'insopportabilmente algida, Paola Pitti (cfr. foto finale).

Le ragioni del mio risentimento era tutto nei suoi capelli.
Mai visti capelli così. Così lisci.
Un affronto per me che passavo le giornate a domare i miei - all'epoca riccissimi - facendomi la "ruota" e usando un rollo di carta igienica (senza la carta) sopra la testa...

E mi ricordo Claudia Rivelli (la buona) e la sorella Francesca, sempre nei ruoli da cattiva (prima di diventare Ornella Muti).

Ah, c'era anche Simona Pelei, che abitava nel mio quartiere e aveva la mia stessa età.


E taccio di quando prendemmo l'extraurbano blu in 4 per andare alla sede della Lancio, sulla Tiburtina...

Però era la nostra felice adolescenza.
Anzi, la nostra beata preadolescenza.


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Credits di ispirazione: un post di Silvia La Pihna, Eravamo 4 amici al bar
Credits foto (e informazioni sepolte nella mia memoria e rinvenute) : Monica e il suo sito non ufficiale delle edizioni Lancio

Io non ho paura di Niccolò Ammaniti (recensione)

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Sbagliai. Eh sì, sbagliai.
Non ho voluto leggere per anni questo libro; ne avevo aperto un altro suo (suo, di Ammaniti), che iniziava con un: Ha piovuto.
E su quell'ausiliare sbagliato avevo richiuso prontamente il romanzo.

C'è voluta tutta l'insistenza di J.-G., Ma dài, Jacqueline, lèggilo! È bello, per prenderlo in mano e posare gli occhi sulla prima pagina...

L'ho letto in poche ore. All'inizio, mi dava fastidio quella ricerca dell'italiano parlato da un bambino di nove anni, i congiuntivi saltati, le analogie con gli animali - quelli che un novenne di campagna può conoscere.

Poi, però, mi son lasciata prendere e non l'ho lasciato più. Mi son ritrovata in una terra di mezzo, tra L'isola di Arturo (E. Morante) e Tempi memorabili (C. Cassola).

E bravo Niccolò, per quel paese disgraziato che fai crescere come le spighe del grano, per l'innocente cattiveria dell'infanzia che sai evocare, per l'incomprensibile mondo dei "grandi" di cui ci fai disgustare.
Per la poesia che tiri fuori anche laddove parli di merda.

Quanto a me: Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Le frasi esplosive di Guillaume Apollinaire

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Dedicata a Cirro









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Credits: qua e là, prelevando - da vari blogger, - le immagini dei quadri di Dalì.

Seven seconds : Youssou N'dour et Alii

4 commenti
Una canzone bellissima, dedicata ai bambini.
Purtroppo, la Sony disabilita il video originale.



(Il suo francese è orribile, ma la musica è stupenda e il testo anche. A capirlo.)

Lo metto qui di seguito:

Boul ma sene, boul ma guiss madi re nga fokni mane
Khamouma li neka thi sama souf ak thi guinaw
Beugouma kouma khol oaldine yaw li neka si yaw
mo ne si man, li ne si mane moye dilene diapale

Roughneck and rudeness,
We should be using, on the ones who practice wicked charms
For the sword and the stone
Bad to the bone
Battle is not over
Even when it's won
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in

CHORUS
It's not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I'll be waiting
It's not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I'll be waiting (x3)

J'assume les raisons qui nous poussent de changer tout,
J'aimerais qu'on oublie leur couleur pour qu'ils espèrent
Beaucoup de sentiments de race qui font qu'ils désespèrent
Je veux les portes grandements ouvertes,
Des amis pour parler de leur peine, de leur joie
Pour qu'ils leur filent des infos qui ne divisent pas
Changer

CHORUS

And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone of the skin he's living in
And there's a million voices
And there's a million voices
To tell you what she should be thinking
So you better sober up for just a second

CHORUS

venerdì 10 ottobre 2008

Quando la città ideale diventa reale

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Aveva cominciato Platone ne La Repubblica. Aveva continuato il maestro anonimo (oggi si dice Leon Battista Alberti) con la tavola di Urbino. Ma anche in filosofia, Tommaso Campanella e Thomas Moore s'eran dati da fare con le loro Città del Sole e Utopia.

C'era stata la megalomania di Pio II (Corsignano diventa Pienza), senza contare i progetti del Filarete, i disegni di Leonardo (resta solo la piazza di Vigevano) per una Sforzinda che doveva solleticare la vanità di Ludovico Sforza.
Erano sorte le belle Palmanova e Sabbioneta, ma tutte con scopo militardifensivistico.

Un altro affascinante esempio è - in piccolo - costituito da Prato della Valle, a Padova. I fourieristi le loro città ideali le avevano costruite negli States e un ultimo esempio è il familistero di Godin nel dipartimento dell'Ain (città-industria alla maniera di France-ville di verniana memoria). I quadri del Perugino prima e di Raffaello poi (Lo sposalizio della vergine). La cattedrale di Sibenik.

Le città mussoliniane (laziali e non) nel periodo dell'architettura e urbanistica razionalista (l'unica che nel '900 l'Italia ha "esportato") e quelle brasiliane e indiane tra il '50 e il '60.

La dolce follia solipsistica di Tommaso Buzzi a Scarzuola (Umbria).

E ne avrei da citare, ché ho tenuto un corso semestrale sull'argomento, lo scorso anno (ricordarsi di scriverci un saggio sopra).

Poi sono arrivati loro: gli avveniristi postmoderni.

E la città ideale - che raccoglie tutto il passato e si proietta verso l'avvenire - è quella di Astana nel Kazakistan (certo, taccio su Ave Maria, messa su da un pazzo in Florida, nel 2007) .







Le foto, prelevate da google (qua e là), si commentano da sé. Di che sognare.

giovedì 9 ottobre 2008

E che me frega a me? La mia filosofia di vita

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Come fanno le cose a scivolarmi addosso?

Adotto la filosofia di Totò (è tutto nell'ultima frase):

Metti una sera che stai per spengere la tv...

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foto prelevata dal sito www.storiadimilano.it

... E poi, con occhio distratto, capiti su France5 e vedi che - in diretta - ospite di una trasmissione che non hai MAI visto, c'è il premio Nobel 2008 per la letteratura, Jean-Marie Gustave (J.M.G) Le Clézio (foto di quando era più giovane).

Ti fermi, ti siedi. Prendi il blocchetto di post-it, perché magari dirà qualcosa che potrà colpirti più di quanto abbia fatto fino ad oggi. Infatti, Le Clézio ti è passato accanto. Hai letto poco di lui e quel che hai letto ti ha lasciato fredda. Segui per un po', lo ammiri, ma l'impressione che hai sempre avuto non cambia. Lo sai già che il suo nuovissimo Ritournelle de la faim, non lo comprerai.

Cambio di protagonista: la parola viene data a un altro scrittore, ugualmente ospite della trasmissione: Jean Echenoz. Di lui, non hai proprio letto niente.
La faccia, la sua - là per là - non ti invita ad ascoltarlo. Poi somiglia vagamente a tuo padre, in biondo.

E invece. Una frase che dice, per certo una frase banale, ti inchioda al divanetto blu: On écrit aussi pour ne pas parler (= se si scrive è anche per non parlare).

Caspita, è una frase facile da pensare e da pronunciare; perché non ti è mai venuta in mente? E lui parla, con reticenza ed emozione controllata, ma parla.
Si schermisce, fa prova di understatement (chissà se voluto). Ti passa le sue emozioni.

E a François Busnel, l'intrattenitore che gli chiede del suo incontro di giovane scrittore con Beckett, chiarisce subito che nulla si dissero, a parte un buonasera, ché era troppo intimidito. Come lo è, sans doute (= probabilmente), stasera, afferma - rispondendo a una domanda - davanti a Le Clézio, l'autore del primo romanzo che lesse a 16 anni, Le Procès-verbal (7 anni appena li dividono, ma Le Clézio è come Moravia: a 23 anni era già un Autore).

E rimembrando Zatopeck - ha scritto un libro su di lui, Courir -, Echenoz continua a tenerti seduta, ché neanche ti va di alzarti a cercare la sigaretta. Poi dice una frase che da tanto tempo pensi di dire a Bart (a proposito dei suoi racconti) e che non riusciva a materializzarsi come si deve:
(alla domanda come nascono i suoi libri?, lui dice che nascono da luoghi. Aggiungendo - traduco -) Per me, i luoghi sono molto importanti, come i personaggi. Anzi, per me talvolta i luoghi sono personaggi.

E quando parla della propria cecità nel valutare se quel che ha scritto è buono oppure no.
Ancora: je n'ai pas le sentiment de dire des choses essentielles...

Che fortuna non aver spento la tv stasera.


Pubblicità ... casalinga

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Locked in a Locker
Primi passi del piccolo grande uomo di casa.

martedì 7 ottobre 2008

Pigrizia

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Fosse per me, vivrei sul divanetto blu (qui avevo traslocato non da molto; è ancora in ordine e mancano tante cose che ho aggiunto poi, tra le quali i copridivani).

La pigrizia sta diventando una specie di quintessenza della mia persona: da che ero una donna iperattiva a che son diventata iperletargica.
Non farei niente, ma proprio niente, delle incombenze quotidiane (
e per la verità, ne faccio poche).

Sicché quest'oggi non c'erano più mutande magliette calzini pigiami puliti. Oppure qualcosa sì, ma da stirare. Per non parlare dei vetri di casa. E dei pavimenti da lavare (vabbè, quello lo faccio ancora). Non vorrei neppure più cucinare, per non dover vedere i piatti da lavare (che comunque non lavo io).

Sono così pigra che persino l'idea di assumere una
femme de ménage mi sembra un compito arduo.
Ma sono eccezionale nel mettere i disordine. Pensare che quando sono da sola, tutto dev'essere al suo posto e brillare. Bello sforzo, si dirà.

Ah, se ci sono altre cose da fare nella vita come spolverare, ripulire gli interni dei cassetti aut similia, non li ho dimenticati bell'e apposta. Li ignoro proprio.


lunedì 6 ottobre 2008

Trent'anni fa... Jacques Brel

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credits: foto prelevata dal sito: http://www.blog.libero.it

Jacques Romain Georges Brel (arietino belga del '29, scomparso all'età di 49 anni a Bobigny) è una delle colonne sonore della mia vita.

Non soltanto per le canzoni, ma anche e soprattutto per lo sguardo che posava sulla sua terra d'origine le plat pays, il Belgio (e in fin dei conti, Villerupt - mia città natale - non è molto diversa).

Di certo non bello, fu marito fedifrago e padre assente ma severissimo, uomo per cui contavano solo gli amici, la musica, e tirar tardi fin oltre l'alba. Non proprio un bell'esempio. Eppure, ci ha lasciato musiche e parole indimenticabili.

Alla Adriano Celentano, oltre a cantare ha anche fatto film, di cui in genere si ricorda solo L'Emmerdeur. Poi 4 anni prima di morire, molla tutto e parte con un'attricetta conosciuta sul set di un film per le Isole Marchesi (Ile Marquises, in Polinesia), a bordo di un bimotore. Ma è già malato, gravemente (cancro ai polmoni).

Il 7 ottobre 1978 viene rimpatriato d'urgenza e il 9 muore di embolia polmonare.

Riposa accanto a Paul Gauguin (ad Atuona,Hiva Oa nell'arcipelago delle isole Marchesi).

Metto qualche sua canzone, qui di seguito.

Quand on n'a que l'amour (1957):



Ne me quitte pas (1959):



La valse à mille temps (1959):



una divertente (ma anche feroce), Les Flamandes (1959):




e infine Le plat pays qui est le mien (1962), la mia preferita:

venerdì 3 ottobre 2008

I miei studenti o della (mancata) curiosità

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università di Caen ( Campus 1) photo by @rteJS

Gli studenti del primo anno. Eccoli lì (meglio sarebbe dire eccole lì, visto che sono quasi tutte ragazze): prendono posto ed io a cercare di immagazzinare il più velocemente possibile i loro nomi (almeno quelli di battesimo).

Christine, Mélanie, Céline, Mathilde, Mélanie, Aurélie, Adèle, Audrée, Justine, Justine, Marius, Aurélie, Pauline, Charlène, Melody, Laurie, Coralie, Karen, Julien, Corine (con una sola enne), Ambre...

A parte che i genitori di questi nuovi diciottenni dimostrano un'evidente simpatia per i nomi terminanti in -ie, dovevano andar per la maggiore le Mélanie, Aurélie e le Justine, 18 anni fa.

Per farli parlare un po' di sé, pongo la solita banale domanda (che pongo da tre anni in qua): Come mai questo nome ? E penso a Nerval (per Aurélie), a Sade (per Justine), a Madame de Staël (per Corinne - anche con una sola enne), a qualche autore anglosassone - anche cantanti - (per Melody e Karen), etc.

E mi sento rispondere (per il terzo anno consecutivo): Non so perché ho il nome che ho.

Caspita, a curiosità andiamo forte...


giovedì 2 ottobre 2008

Cardiofitness di Alessandra Montrucchio (recensione)

7 commenti
Attenzione: segue anticipazione storia!

2 stelle alla lingua e 3 alla storia


  • Ma in realtà, vorrei assegnare 4 stelline al coprotagonista maschile, Stefano detto Tendina.

    La storia si fonda su uno spaccato autobiografico dell'autrice, Alessandra Montrucchio (premio Calvino 1995). Come ogni frequentatore narratologico ben sa, l'autore reale non coincide mai con l'autore modello. Ora, è pur vero che se io rientro nella tipologia del narratario ideale, mi ritrovo qui ad essere il lettore reale.
    Ok, basta con gli sproloqui echiano-genettiani e andiamo a qualche considerazione.

    Non mi piace la lingua usata dalla Montrucchio. Non mi piace per tutta una serie di motivi per cui non mi piacciono nemmeno i Baricco, gli Ammaniti, e compagnia dicendo.
    Perché - fondamentalmente - una a cui piace la scrittura tersa e profonda di un Silvio D'Arzo non può apprezzare le scorciatoie (slalom linguistici) di un italiano ammiccante, né un frasario che rinvia al "guarda quanto sono figo/a a scrivere come parli anche tu, giovane (?) lettore"...

    La storia - invece - è carina. E se per davvero fosse anche vera, oserei dire che allora la storia è proprio bella.
    Sia lode a Stefano detto Tendina (per come si acconcia la frangetta ai lati della fronte), e con ciò sia lode ad Alessandra Montrucchio per la tenerezza che il personaggio maschile evoca in chi legge.
    Se poi la lettrice (la sottoscritta, per intenderci) deve vederci uno "spaccato" della realtà quotidiana, ella stringerà le labbra (che di già non sono alla Claudia Schiffer) e solleverà il sopracciglio (ci prova, costei, senza riuscirvi), interrogandosi se per davvero la realtà italiana descritta e data in pasto a noi lettori sia così miserevolmente superficiale come viene descritta.

    A 26-27 anni, il problema della protagonista può riassumersi così: se cerca un lavoro (che non trova, poi trova) è fondamentalmente per riguardo alla famiglia di appartenenza; quando non si ha l'Amore, si assomiglia ad una piscina vuota, sicché la palestra diventa il luogo ove annegare la mancanza di punti di riferimento (anzi, finisce per diventare IL punto di riferimento) dell'umanità solitaria (ossimoro voluto). Pertanto, l'innamoramento che una sedicente profonda e anomala (?) quasi trentenne prova verso un quasi sedicenne è il cardine attorno al quale far ruotare la porta della propria esistenza.

    Il titolo - Cardiofitness - rimanda (copioeincollo dal glossarietto in appendice al libro) a un insieme di attività fisiche che, con l'ausilio di particolari macchine (cyclette, isostep, tapis roulant, vogatore) permettono di lavorare a un regime aerobico, ovvero a un numero di pulsazioni cardiache al minuto pari al 65% circa del proprio livello pulsatorio massimo.

    Che Alessandra Montrucchio si sia limitata al suo personale 65%?

    N.B. Ho scritto questa recensione ricorrendo ad ammiccamenti vari: scioltezza, falsa superficialità, piccola dose di cinismo, qualche confidenza di troppo. Vi sarò riuscita?
    Sia quel che sia, ora SO perché non vincerò mai il Premio Calvino.
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P.S. Scopro solo ora che ne è stato tratto un film. Vedo il volto dell'attore [clicca qui] che impersona Stefano/Tendina. È diverso da quello descritto dalla Montrucchio (biondastro, nel libro), ma è pressoché identico a come lo avevo immaginato io (per la verità, gli avevo dato la faccia di mio figlio. Forse per via delle "tendine" e per quella
curva dolce tra la nuca e la spalla...)