mercoledì 9 luglio 2008

Izet Sarajlic, il poeta bambino

(ho tante foto tue, ma sono tutte su carta)

I critici di poesia

Perché i critici di poesia
non scrivono poesia
giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero,
forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.
Anch’essi sanno tutto dell’amore.
Quello che non sanno è fare l’amore.


Abbracciati


Quei due abbracciati sulla riva del Reno
potevamo essere anche tu ed io.
Ma noi non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Nessuna tu


Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

A Kiko

LA VIA DI S. IAGULLI

In principio era la via di san Kiko da Sarajevo. Kiko è il nomignolo col quale gli amici si rivolgono a Izet Sarajlic, di professione poeta bosniaco.
Kiko è come un padre ironico che non fa il padre, ma che lo è, così, semplicemente, per noi tutti, a dispetto delle sue intenzioni. Un padre poetico, diciamo.
Lui ha settant’anni. Come qualificativi, ha una disarmante franchezza e negli occhi una candida tenerezza. Tre anni fa, è venuto a Stari Grad; qualche mese prima, aveva perduto Mikica, la moglie amata, nel corso di una notte apparentemente tranquilla, mentre riposavano nel letto coniugale.
A quell’epoca, Kiko era disperato. Non che oggi non lo sia più: diciamo allora che a quell’epoca il suo dolore era manifestamente disperato. Non so mai come fare quando vedo una persona piangere dinanzi a me. Tutti i miei gesti incipienti mi appaiono falsi, o percepiti come tali. Se allargo le braccia e serro a me chi piange, mi sembra di fuggire codardamente davanti al dolore altrui. Se il mio volto si fa serio e compunto, e ascolto attentamente le frasi spezzate di chi è intento a piangere, temo che dal mio corpo traspaia solo freddezza e distanza. E’ così e non posso farci niente.
Tre anni fa, Kiko passava, nell’arco di una mezz’ora, dalla risata al pianto, dal canto alle lacrime.
Perché lui ha anche questa particolarità: canta. Sono canzoni italiane le sue; qualcuna l’ho sentita cantare anche da mia madre, che suppergiù ha la sua stessa età. Sono canzoni antiche, che Kiko ha imparato durante la guerra, la seconda guerra mondiale.
Mi accorgo che probabilmente sto inventando quel che dico, ma che non ho tempo né voglia di chiedere ai miei amici, Sanja e Sinan, dove le abbia imparate, quelle canzoni. Mi piace pensare che sia il periodo storico in cui l’Italia ha conosciuto la sua ultima guerra. Ma non l’ultima che ha conosciuto Kiko.
Si potrebbe dire che lui è un vecchio bambino, nel senso che è un gran saggio che alle volte si comporta come un bimbo capriccioso e che, di un bimbo, ha poi lo stesso cuore.
Sarà per questo che mio figlio Romain sa parlare con lui. Otto anni contro settanta; cinque anni quando Romain disse a un Kiko allora sessantasettenne: Non devi piangere, Kiko, perché tua moglie è morta. Lei sarà sempre viva nel tuo cuore. Anzi, è quella stella che brilla in alto nel cielo.
Noi siamo atei. Dovrei dire foscolianamente atei: crediamo che si resta vivi finché qualcuno ci terrà nella sua memoria e nel suo cuore.
Dunque, la via di S. Iagulli, in principio era la via di S. Kiko da Sarajevo. In realtà, è un sentiero che collega la strada asfaltata, presso il porto di Stari Grad, con la baia di Galija.
Ora, per chi avesse poca dimestichezza con le coste adriatiche non italiane, dirò subito che Stari Grad si trova di fronte a Pescara, suppergiù. Davanti a Spalato. E’ una cittadina che si trova nella zona nord-ovest dell’isola di Hvar, che un tempo gli italiani chiamavano Lèsina (e Stari Grad corrisponde a Città Vecchia, come traduzione).
Per arrivarci c’è il traghetto della Jadrolinija, la Dubrovnik, che parte da Ancona. Undici ore (e più) di traversata su una nave, in questi ultimi anni deserta e fuori dal tempo: gli arredi sono vecchiotti, la moquette da cambiare e il personale, nell’impeccabile divisa bianco-blu, è demotivato. Per la verità, ci sarebbero anche altre compagnie marittime, magari più efficienti, ma a noi piace quell’atmosfera rétro e un po’ decaduta della Dubrovnik.
La via di S. Iagulli, prosecuzione naturale della via San Kiko da Sarajevo, è più ardua da percorrere, ma l’incipit del sentiero, tra cespugli spinosi e piante di rosmarino rinsecchito, è di già difficilmente sopportabile per Kiko. Ad esser pazienti, il cammino si fa via via più libero, continuando su sassi appuntiti e a tratti sdrucciolevoli, con un mare a fare da muro invisibile e, ovviamente, invalicabile.
Talvolta, occorre stare attenti a dove si mettono i piedi e, davvero, si fa fisica l’espressione non guardare oltre il proprio naso. Aggiungerei: con lo sguardo rivolto verso il basso. Perché se sbagli a mettere i piedi, puoi scivolare e ritrovarti giù, qualche metro più in sotto, sugli scogli battuti dalle onde marine.
E’ un’età, la nostra (abbiamo appena svoltato i quaranta e siamo ancora lontani dai cinquanta), in cui si dovrebbe veder bene la linea d’orizzonte lontana. Ma scopro che per noi è ancora un guardar attentamente le pietre sotto ai piedi: lo sguardo è basso e il confine limitato. Ma poi, si arresta il passo di tanto in tanto, si rialza la vista e si guarda il mare: ed è bello, questo mare. Pare azzurro in ogni dove e invece, avvicinandosi, si scopre che il suo è un verde biondo e, in ultima analisi, trasparente.
Timidi pesciolini incolori zigzagano tra le caviglie, mentre ricci insidiosi castigano ora Alessandro, ora Sinan. I bambini invece vanno in cerca di questi ricci che per loro non sono niente affatto subdoli: dopo aver corso per tutta la via di S. Iagulli, giunti alla baia, si spogliano in fretta e si tuffano. Alja, la figlia di Sanja e Sinan, ha anche preso un riccio con l’ausilio delle sue sole dita e non s’è punta neanche un po’.
Questi nostri figli sono gemelli d’età: hanno tutti e tre otto anni, però Alja e Zeno gemelli lo sono per davvero, mentre Romain resta il figlio unico del mio cuore. Figlio amato e amante, un affetto, il nostro, che si esterna in baci e in liti clamorose. Come tutti i bambini, Alja, Zeno e Romain vorrebbero stare tutto il giorno in acqua. La loro unica originalità, se di originalità si tratta, è che a loro è concesso di stare tutto il tempo in acqua.
Perché io sono fondamentalmente una madre anarchica e Sanja, che è invece più rigorosa e attenta di me, vuole concedere ai suoi figli quella libertà da vacanza che in città non è ragionevole dare. D’inverno si studia in appartamenti angusti, in città fredde e piovose; d’estate si è liberi, completamente. Insomma, nell’arco dell’anno, i nostri figli sono per nove mesi formiche e cicale per tre, come le favole non dicono.
Kiko è un affabulatore naturale. Qualcuno ha detto che è un autoaccentratore d’attenzione, ma se pure fosse vero, Kiko ne avrebbe ben donde. Sa raccontare le molte cose che racconta, le molte persone che ha incontrato, mescolando ironia e sarcasmo, con la sua personalissima e malinconica allegria. Forse a questo punto dovrei raccontare qualcuno dei suoi aneddoti, ma non so farlo: solo Kiko sa e può.
Mi piace preparargli un caffè all’italiana; mi è piaciuto fin dal primo momento che l’ho conosciuto. All’epoca, voleva provarmi (forse solo stuzzicarmi, con quella cattiveria che sa dare il dolore), più per abitudine che per volontà. Mi ha chiamata Pascale, fingendo di dimenticare il mio vero nome o dicendomi di trovarlo brutto; punzecchiata, chiamandomi bosniaca (che forse nelle intenzioni era un insulto, ma che per me è un complimento). E per un giorno o due, sono stata Pascale, sono stata bosniaca.
Kiko non ha trovato opposizione da parte mia, così ben presto sono tornata a chiamarmi come mi chiamo e ad essere una strana italiana, con origini francesi. Ma il caffè me lo chiede con gentilezza, e una volta persino per iscritto, ricorrendo a un bigliettino da burla (un tovagliolo di carta), in un buffo italiano che è solo suo e mai vorrò ch'egli migliori.
E’ tutto quello che posso dare a Kiko: un caffè all’italiana, e un sorriso dalla retroguardia che significa ti voglio bene. Per parlare di poesia e di poeti, di romanzi e di letteratura, ci sono Sinan e Alessandro. C’è Sanja. Per lui, faccio un’eccezione e me ne sto zitta, come non è nelle mie abitudini, preferendo preparargli un caffè e starlo ad ascoltare.
Sinan è una sorta di figlio elettivo, per lui. Nel senso che Kiko lo ha eletto a figlio, quel maschio che non ha avuto (ha una figlia, Tamara, che vive con lui, il marito e il figlio Vladimir, a Sarajevo), anche se per un certo periodo Izet Sarajlic ha creduto che il suo figlio ideale fosse Erri De Luca.
Forse anche Sinan si è eletto a suo figlio del cuore, anche se Kiko è un padre dispotico.
Penso di capire bene l’animo di Kiko: ha lo stesso carattere di mio padre, la stessa età, lo stesso fare burbero. Ma mio padre non è un poeta e Kiko non ha calli sulle sue mani.

Quest’anno Izet non percorre con noi, maledicendole, le pietre sotto i piedi della via che abbiamo intestato a lui, e adesso, quando giungo al tratto ribattezzato in onore di Sergio Iagulli (un editore salernitano), penso a lui, maledicendo anch’io i sassi aguzzi.

Stari Grad, 2000

Izet Sarajlic, Kiko per gli amici, ha ricevuto nel dicembre 2001 il Premio Moravia per la migliore poesia straniera. È morto, d’improvviso, nel maggio del 2002.

E mi manca tanto.


6 commenti:

Anonimo ha detto...

Molto belle le poesie. E molto bello il ricordo autobiografico - sia pure scritto, si legge, quasi in tempo reale, dunque prima della scomparsa del poeta e molto tempo prima di ora. E hai fatto bene, perché poi la memoria dimentica non i protagonisti, ma l'atmosfera delle giornate vissute. Il ricordo - a distanza di tanto tempo - diventa un'altra cosa rispetto alla realtà. Leggendo questo racconto, invece, par di vedere sotto i nostri occhi i personaggi di giornate lontane - che si capisce non ritorneranno più. Tutto molto in stile "Il posto delle fragole". A proposito quando un post su Bergman: aspettiamo il primo anniversario? Gabe

Bartleboom ha detto...

Senza parole. E con la voglia di rileggerlo e rileggerlo e rileggerlo.

Marta ha detto...

Cio che hai scritto è di una bellezza sconvolgente. E subito il pensiero è andato alle coste delle isole dalmate, a Korcula, dove ho lasciato un piccolo pezzo di cuore. Mi sono tornati in mente gli odori e i sapori, il viso sorridente della cameriera del ristorante Roko, che somigliava tanto a un'amica e mi ha gentilmente concesso una foto. Non ho più trovato un'atmosfera come quella, l'ho ritrovata nelle tue parole. E di questo ti ringrazio immensamente.

Artemide_Diana ha detto...

Sono io che ringrazio voi.
Dentro di me, c'è sempre quella strana sensazione di annoiare le persone con i miei scritti.

isottanews ha detto...

Sono commossa e conquistata.
Isa

Lina ha detto...

bellissimo post
non si puo' non innamorarsi di questo scrittore dopo aver letto questo brano..
ci vorrà un po' di tempo ma troveremo un spazio per lui in balkan-crew..
se lo merita a quanto vedo..